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speriamo…

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A parole, tutti hanno condannato e continuano a condannare la sanguinosa repressione delle autorità cinesi; appena s’era avuta notizia della rivolta tibetana (con i tragici morti che, già nelle prime ore, si contavano a decine) era subito partito, puntuale, il tam tam della falsa solidarietà: quella solidarietà che vale quanto un soldo di latta e puzza più della morte.
A parole, dicevo, tutti sono pronti a condannare lo schifo e i soprusi che avvengono in Tibet per mano delle autorità cinesi. Autorità – è sotto gli occhi di tutti – che se ne sbattono i coglioni delle parole mentre temono – questo, si – una sola cosa: un fermo
aut aut dell’Occidente. Basterebbe, infatti, che uniti si dicesse: “cari cinesi, se la repressione non cessa immediatamente la fiaccola olimpica (ora che è bella che accesa) ve la potete ficcare nel culo, senza vasellina”. E invece l’ipocrisia dell’occidente si guarda bene dal farlo. E ci mancherebbe. Le argomentazioni, acute come uno spillo, a favore delle Olimpiadi non mancano e non mancheranno: già le vedo tutte li, in fila, ammantate di nobiltà e ragionevolezza, pronte a scegliere una strada da sepolcri imbiancati (“essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” Mt 23:27). S’è detto (e si continuerà a dirlo) che il boicottaggio non serve a nulla e che anzi potrà danneggiare il popolo cinese, i dissidenti. Già li sento – a questi ipocriti dalle acute argomentazioni, dico – discettare sul fatto che in Cina la libertà non può che essere veicolata attraverso scambi di ogni genere (cazzo, non vorrete mica affermare che lo sport non è veicolo di pace?). E allora: Olimpiadi siano!
La verità, però,
è cosa ben diversa e anche i più cinici sarebbero disposti ad ammetterla. Ai capoccioni occidentali non importa un cazzo dei valori e dei principi se – e sottolineo se – questi rischiano di far saltare il principio di tutti i principi e il valore di tutti i valori: il profitto, quello che si celebra in borsa.
Suvvia, non siamo ipocriti, ché a saperle leggere le dichiarazioni di
certi miserabili è evidente come il sole che per loro il denaro viene prima di ogni cosa. Del resto, con il tempismo di un maratoneta da guinness dei primati, Bush (quello che va dicendo di parlare con Cristo, posandogli il capo sulla spalla), proprio alla vigilia della repressione tibetana, aveva tolto la Cina dalla lista dei paesi che commettono violazioni gravi dei diritti umani. Mah! (speriamo almeno che adesso ce l’abbia rimessa).
Di fronte allo scempio che s’è consumato e che, purtroppo, continua a perpetrarsi nel Tibet
mi sarebbe piaciuto sentir gridare un laico “non possumus”, unanime e forte, soprattutto da parte di quei governi e schieramenti che si definiscono liberali e che per giunta, magari, vanno sbandierando a destra (soprattutto) e a manca come irrinunciabili le radici cristiane dell’Europa. Nulla, purtroppo, di tutto questo è avvenuto e, ahimé, nulla di tutto questo avverrà nei giorni a venire ché sappiamo bene tutti come di pie illusioni democratiche siano lastricate le strade dei successi totalitari.
Ci resta, a ’sto punto,
la speranza che a far qualche cosa siano i mass-media, gli intellettuali, le personalità dello spettacolo e, perché no, gli stessi sportivi. Per come stanno evolvendo le cose il loro secco “no” alle Olimpiadi di sangue sarà la sola e unica solidarietà concreta per i democratici del Tibet e della Cina. Accontentiamoci. (E speriamo).

Incominciamo bene…

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Update: qui c’è il video (grazie a Gigi)

siamo tutti tibetani…

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da radio radicale

occorre essere prudenti…

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«Sarà pure vero ha dichiarato mons. Robert Sarah – che all’Angelus la parola Tibet non compariva, ma quando il Santo Padre invoca la pace e condanna le guerre, lo fa per tutto il mondo, anche se cita solo l’Iraq». Si sente da qui il suono aspro delle unghie che cercano un appiglio sullo specchio: l’arrampicata del chierico è davvero ardua ché uno, dopo ’sta dichiarazione, continua a domandarsi: si, ma perché citare l’Iraq e non (anche) il Tibet? «Occorre – risponde di riflesso il vescovo – essere prudenti, visti i delicati rapporti che si sta tentando di cucire tra Santa Sede e Cina, dove, è bene ricordarlo, ci sono milioni di cattolici e cristiani oppressi». D’accordo. La questione, si capisce, è delicata: è giusto esser prudenti. Ci mancherebbe. Ma adesso, dopo questa sua dichiarazione, i cinesi – anche quelli – sanno che quando il Santo Padre dice “Iraq”, intende dire anche “Tibet”. Ne converrà con me, a questo punto, che con la sua difesa d’ufficio lei, caro Vescovo, ha combinato un grosso casino. O sbaglio?

la situazione è ancora confusa…

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All’Angelus – chiede Tornielli, per il Giornale – Benedetto XVI non ha parlato del Tibet. Perché?
«
La situazione – risponde padre Cervellera – è ancora confusa, la Santa sede non ha informazioni dirette, e poi c’era già l’importantissimo appello per l’Irak…». Un cazzo alla volta, insomma.

“cavalli da parata alle Olimpiadi e carne da cannone in Vietnam”…

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Non c’è, davvero, molto da dire sull’argomento. La tragedia è talmente scontata, nella sua drammaticità, da poter essere definita lapalissiana. Il fatto è che il Tibet è un paese, ovvero è un raggruppamento di persone che hanno in comune caratteristiche quali la lingua, la cultura e l’etnia. Accade che Tenzin Gyatso, meglio noto come il XIV Dalai Lama, sia costretto ad un esilio forzato in India, a Dharamsala, perché la Cina ha deciso di annettere il Tibet. Sua Santità il Dalai Lama dopo un po’ di rimostranze si convince e dice che il suo Tibet non vuole l’indipendenza ché a loro basta l’autonomia (Tibet in Cina, insomma). Risposta, secca, del governo centrale cinese? Scudisciate. Proviamo a discuterne? Scudisciate. Manifestiamo? Scudisciate. Insomma – s’è capito – dalla Cina le risposte sono monocorde: mazzate, a prescindere.
Cos’è che possiamo fare? Iniziamo a rovinare la festicciola delle Olimpiadi del regime comunista cinese. Boicottiamo ’ste cazzo di Olimpiadi («i leader del mondo – ha scritto Richard Perle – disertino le Olimpiadi, e George W. Bush dia l’esempio»), checché ne dica sua Santità, e, ad ogni modo, speriamo che tra gli olimpionici ci sia qualcuno che se ne fotte degli accordi presi e faccia eclatanti gesti non violenti. Magari gli stessi gesti per cui erano famose le olimpiadi degli anni della guerra fredda.