
«Chi non ha uno scopo non prova quasi mai diletto in nessuna operazione.»
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«Chi non ha uno scopo non prova quasi mai diletto in nessuna operazione.»
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«Continuavano a ripetere “money, money” mentre ci riempivano di botte in faccia, dappertutto, con quelle mazze. Ci picchiavano senza pietà. A mia moglie hanno rotto una mandibola, fatto saltare tutti i denti. Dio mio, io li supplicavo di prendere tutto quello che avevamo ma di lasciare stare me e lei. Di lasciarci andare. E invece si sono accaniti. Ancora botte. Poi mi hanno immobilizzato e hanno fatto violenza a lei…». Così il turista olandese aggredito, insieme a sua moglie, nella notte tra venerdì e sabato in un campo vicino Ponte Galeria, nella periferia est di Roma.
Il sindaco Alemanno ha bollato la triste storia come “una grave imprudenza” ché – ha avuto il coraggio di dichiarare – è impensabile tentare di gestire la sicurezza «in un posto abbandonato da dio e dagli uomini». Purtuttavia, non mi sembra davvero il caso – al di là dell’infelice dichiarazione, dico – di stare qui a criticare il primo cittadino romano. Troppo facile. È vero che è stato eletto a sindaco di Roma con la promessa che alla sicurezza ci pensava lui però, suvvia, è fuori luogo (oltre che inutile e di cattivo gusto) mettersi ad infierire con accuse speciose e strumentali ché il tipo, si vede, è dispiaciuto assai – oltre che imbarazzato – dell’accaduto. I due turisti olandesi, poi, sono due ferventi cattolici – così dicono le cronache – dunque fiduciosi nel prossimo loro per indole e per convincimento, sicché, poverini, mai avrebbero pensato di trovare sulla loro strada tanta gratuita barbarie; anche loro, quindi, sono assolutamente senza colpa: hanno preso l’accaduto come volontà del Signore («Il dolore di questa tragedia – dice la donna – lo voglio vivere tutto. Sopporterò questa croce che il Cielo ha voluto per me» ). Gli assalitori, due pastori di nazionalità rumena, hanno dalla loro un’attenuante di ferro (al di là di quello che dice il Giornale: «con i romeni dobbiamo prendercela, non con gli olandesi» ) ché è risaputo: sono delinquenti per natura, c’è poco da fare: è l’etnia che li fotte. Insomma – e qui la faccio breve – è inutile stare qui a girarci intorno menando, come si diceva un tempo, il can per l’aia, diciamolo chiaramente: la colpa è dell’esercito. Mai che si trovi un parà in mimetica col suo bel mitra spianato quando ti serve. Mai.

La notte passata a gironzolare per portali, siti e forum cattolici: che stronzi di cane, che muffe maleodoranti, che topi di fogne. Al solo pensiero mi vien da vomitare. Tutti, con la leggiadria di un elefante, a parlare di Eluana Englaro senza rispetto, senza spendere un briciolo di decenza: ammassi di soliloqui sprezzanti e irriguardosi nei confronti di chi non accetta l’inutile sofferenza di quel corpo già troppo martoriato. Roba che s’io fossi il padre – il padre di Eluana, dico – li ammazzerei, schiacciandoli, uno a uno fino a non lasciarne vivo nessuno. Davvero. Altro che dichiarare: «Quello che dice il Vaticano vale per il Vaticano, ma per noi vale quello che diceva nostra figlia».

È tutto scritto qui, nero su bianco, a pagina 7 del Corriere del Mezzoggiorno di sabato 28 giugno. Titolo: “Preti picchiati all’oratorio, avevano sgridato un bimbo”. La dinamica dell’accaduto è cosa assai banale; poche battute e ve la riassumo tutta. A Gianturco (Napoli), nella Parrocchia della Sacra Famiglia, un prete – tale padre Rosario Avino – ha sgridato un ragazzino (il chierico, in verità, ha anche preso il fanciullo per la maglietta e l’ha spinto) la cui colpa – la colpa del ragazzino, dico –, è stata quella di non voler giocare insieme agli altri dell’oratorio. Il ragazzino, mi pare di capire, se n’è subito lamentato col babbo che, incazzato anch’egli come un toro, è andato a chiedere ragioni al prete. A quanto pare gli animi si sono subito accesi – provate voi a calmare un toro incazzato come un babbo– e il pretuzzo, vista la mala parata, ha chiamato un altro prete in soccorso.
Il babbo del ragazzino chiama anche lui i rinforzi – ché due preti sono molto di più di un solo laico incazzato. E così la cosa ha preso toni fortemente passionali – dapprima viola poi un deciso rosso sangue – e da uno strattone s’è passati ad un pugno, qualche schiaffo c’è pure scappato, uno sputo, qualche parolaccia… mantieni ad uno, schiaffeggia ad un altro… insomma i laicisti, alla fine, hanno fatto il culo a tarallo ai chierici, scommandoli di sangue.
La cosa – manco a dirlo – ha indignato, e di molto, l’intero paesino: trecento pie anime sono scese in piazza, torce alla mano, per solidarizzare con i due religiosi. [Anche i giornalisti, in realtà, hanno, in massa, solidarizzato con i chierici: per un Sepe intervistato, sostenuto a gran voce da altri don in gonnella, non c'è stato un solo picchiatore laicista – uno solo, dico – che ha potuto esporre le sue ragioni: è venuto a mancare, come al solito, il contraddittorio.]
Intervistato sull’accaduto, don Tonino Palmese la butta sul relativismo: «il clima di violenza generalizzato che ci circonda [...] fa sentire tutti autorizzati a rispondere con la sopraffazione a qualunque fatto che possa essere avvertito come tale (in questo caso il rimprovero al bambino)». Al di là delle fini argomentazioni che chiunque potrebbe ricamare sull’accaduto, la cosa a me pare, davvero, di una banalità disarmante. È legge naturale, non ci sono cazzi che tengono: a violenza (anche se esercitata per nobili fini pedagogici) si è soliti risponde con altra violenza.