quando dentro a quel pezzo di carta dovevi farci un buco…

Le cose che non hai fatto restano appena sotto il pelo dell’acqua, come sughero galleggiano in eterno, ondeggiano, stanche di respirare. Non vanno mai sul fondo, tutte le cose che non hai detto. Tutte le parole che avresti voluto ma non hai usato (o osato), hanno il peso di niente, fluttuano leggiadre in un relativo eterno e per ritrovarle non serve affatto trattenere il fiato e immergersi; semplicemente basta camminare a riva, tendere una mano subito sotto l’acqua salata, e ritrovarle tutte, toccarle una a una e riportarle a galla, le cose che non hai fatto, detto, scritto. Ma non è vero che c’è sempre tempo. Non è vero che tanto poi puoi sempre rimediare, che oggi o chessò domani non cambia niente. E sì che quella storia dei treni che passano una volta soltanto è ‘na cazzata, ma è una cazzata pure che il biglietto stretto in tasca dura in eterno. Li preferivo, i biglietti, quando dentro a quel pezzo di carta dovevi farci un buco, un foro per dire a te stesso, guardandolo, che era quello il momento esatto di salire e che esattamente dopo, tutto intorno a quel vuoto, nulla si sarebbe più mosso nella direzione per cui avevi pagato.
Tutte le cose che avresti voluto restano lì, ferme per strada, schiacciate dalle auto, tormentate dal vento, dal piscio dei cani randagi durante la notte, dalla pioggia calda ad agosto e dal sole freddo a dicembre, dagli sguardi indiscreti nascosti dietro alle tende dopo l’ora di cena, con la luce spenta che vedi fuori ma da fuori nessuno ti può vedere. Ritornare a pagina cinquanta del libro più bello che hai letto e sforzarti a recitarlo ad alta voce; mettere in moto, a spinta, alle prime ore del mattino per andare ad aspettare che le braccia più belle che ti abbiano mai stretto scendano a farlo di nuovo; chiedere scusa guardando qualcuno negli occhi; piangere senza aver paura del giudizio; desiderare senza che sia peccato; rivedere quel film che hai già visto un milione di volte e continuare a non ricordare il nome di quell’attrice che però ti ha sempre fatto impazzire; provare a contattare quell’insegnante che ti lesse la prima volta, commossa, e con gli occhi bagnati su un volto sorridente ti disse, nel più vero dei modi, di continuare, — di continuare, così mi disse — sperare che non sia troppo tardi per fare in tempo a dirle un semplice grazie, che senza quei pochi minuti forse ti saresti già fermato da un pezzo; ridere senza pentirti; dormire senza sentirti il peso di una colpa; aiutare e avere il coraggio di chiedere aiuto; concederti la libertà di abusare delle virgole e fottertene di chi ti ha sempre detto che ogni tanto bisogna metterci un cazzo di punto. Adesso, anche adesso, è il momento in cui puoi ancora ricordare come sarai e cambiare il corso degli eventi affinché tu sia quello che hai sempre desiderato di essere.

il sacrosanto diritto…

Battesimmo

Ne hanno beccato un altro, l’ennesimo prete sul quale pesano un mucchietto di denunce per abusi su minori: adescava adolescenti, rom per lo più, tra i 13 e i 17 anni alla stazione Termini di Roma. Non è la prima volta – almeno così “pare” alla giornalista de La Repubblica. Qualche anno fa – si legge nell’articolo – c’erano state accuse analoghe, ma don Dino – è questo il nome del “presunto” chierico pedofilo – non era finito in carcere, era stato semplicemente spostato da Praia a Mare a Viterbo, avendo così nuovamente la possibilità di iniziare – protetto dall’infamia della Crimen sollicitationis – l’attività di pretuzzo dedito ad adescamenti, inculate e foto – tutte ben ordinate e catalogate con tanto di didascalie coi nomi, età e prestazioni effettuate dal ragazzino.
Sospendo il giudizio – fingendo di non sapere nulla sulla fragranza in cui è stato colto il chierico – e ragiono sul fatto che questi casi di soprusi che si consumano nel fresco delle sagrestie certificano (tant’è il numero e la frequenza) una tradizione di violenze sul minore come diritto, a cominciare dall’imposizione del battesimo al neonato incosciente e irresponsabile, al catechismo di fatto obbligatorio per secoli, per arrivare alla facile imposizione (sempre meno facile, oggi) di leve sempre nuove da avviare al servizio sacerdotale.
Spingo il ragionamento all’estremo, rasento la provocazione: insieme alle altre forme di circonvenzione di incapace (diretta e indiretta), la pedofilia fu uno di questi strumenti. Lo scappellotto al chierichetto discolo, le bacchettate sulle nocche o sulle natiche nude all’alunno svogliato o ribelle, e giù giù le altre umiliazioni fino al vero e proprio stupro, per lo più a danni dei più deboli tra i più indifesi, sono stati solo gradi diversi di un unico e solo tipo di violenza, dove pedagogia cattolica e pedofilia dei preti, rigore didattico e sadismo scolastico, paternalismo e repressione, consiglio e minaccia, carezza e schiaffo, benedizione e maledizione, sono sempre stati valori diversi oscillanti su uno stesso gradiente, mixati di volta in volta a seconda del caso.
Io sono il pastore, tu – è scritto qua, non ci credi? – sei la pecora, fidati, so quel che faccio, fammelo fare, ne ho il sacrosanto diritto, stai zitto…

[…]

Mattina. La sete non si è ancora spenta. Si beveva insieme; eri contenta e lasciavi l’impronta del tuo sorriso nell’acqua del ruscello che scorreva fredda, impetuosa e chiara. Riempivo una bottiglietta di plastica vuota: c’era da camminare e la sete, dopo la tregua, sarebbe tornata, nonostante l’insolito freddo e il vento inaspettato. Raffiche di vento che, come stilettate, ci costringevano a chiudere gli occhi: ci affidavamo l’uno all’altra nell’inconsapevolezza che entrambi li avevamo chiusi. Era la fiducia – così, come espressione naturale, non codificata da nessun organo competente. Era qualcosa che avvertivamo dentro, in quella parte indefinita del nostro intimo che prova a gestire tutte le emozioni. Qualcuno, semplificando, prova a chiamarlo cuore ma io non ne sono sicuro sia solo quello. Certo, la sentivamo salire dal petto a invaderci la mente, ma questa non è affatto condizione sufficiente a concludere che germogli davvero tutto proprio (e solo) da lì. E in questo paesaggio, correva sinuosa e lieve come un’onda, non visibile e nemmeno, se non di tanto in tanto, udibile, ma quel che se n’udiva bastava a rafforzarne l’inquietudine: uno scoppio di improvvisi gridi acuti, all’immagine ravviso, e poi come un croscio di tonfi seguiti dallo scoppio d’un ramo spezzato, e ancora grida, ma diverse, di vociacce infuriate, che andavano a concentrarsi nel luogo da cui prima erano germogliati, improvvisi, i gridi acuti. Poi niente, un senso fatto di nulla. Taceva financo il vento. Silenzio, come d’un trascorrere, di qualcosa che c’era da aspettarsi non là ma da tutt’altra parte, e difatti riprendeva quell’insieme di voci e rumori, e questi luoghi di probabile provenienza erano, di qua o di là del fitto bosco, sempre dove si muovevano al vento le piccole foglie degli alberi che ci circondavano.
I raggi del sole tremolavano tra la danza delle giovani foglie. Tu eri bella e forse lo ero anch’io — per quella logica che vuole che stare accanto al bello, belli si diventa. Era una questione logica infatti quella che ci aveva portato fin qui, tra questa natura. Nessuna scommessa, non c’era da scommettere niente, dato che non c’era nessuna partita in corso. Si ragionava di cose improbabili, e dovevamo, a volte, ripetere le parole perché il vento, fastidioso assai, era più forte della nostra voce – e di urlare, no, non ce n’era davvero bisogno. D’un tratto, la vetta: il lucido orizzonte ripulito mostrava l’aguzzo limite a cui tendevamo. Vedevamo, oltre, una striscia di mare e ci sembrava impossibile. Era il momento giusto per esprimere un desiderio…
Sei ancora a letto e la colazione non è pronta. Sbrigati, ché facciamo tardi!

Appunti…

Fallaci

Il brano in esergo è tratto da “La rabbia e l’orgoglio” della Fallaci (siamo alle pagine 78 e 79 del panphlet edito dalla Rizzoli). Proviamo, nelle righe che seguono, a mettere in risalto un incidente argomentativo increscioso – la fallacia della Fallaci, a dirlo con un banale calembour – in cui incappa (involontariamente?) la nota scrittrice.
La fallacia della brutta china – dice la teoria – consiste nel supporre che compiendo un solo passo in una certa direzione si sarà condotti a percorrere l’intera distanza. Oh, si badi: non è sbagliato supporre, in generale, che, imboccata una certa strada, si vada ben oltre il passo ritenuto necessario. La fallacia, in realtà, sta nella presunzione (generalizzata) che questo sia inevitabile.
L’argomento su cui regge la struttura dell’articolo mira a persuadere il lettore dell’urgenza e dell’opportunità di una guerra contro la Jihad islamica, prospettando le conseguenze catastrofiche (“Distruggerà – si legge in quelle righe – la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri…”) che deriverebbero dall’assenza di una risposta decisa e difensiva nei confronti di quella che, un po’ di righe più su, l’Oriana stessa definisce “una Crociata alla rovescia”. La sostanza dell’argomento, nei fatti, è che chi esita nell’agire, chi non si oppone o non si difende tempestivamente, contribuisce ad innescare una serie di passi che condurrebbero alla distruzione della cultura “occidentale”. Dov’è l’errore argomentativo? Il ragionamento – e qui il punto – è monco della catena sequenziale che, dal rifiuto dell’azione (“se non ci si oppone…”), condurrebbe dritto dritto alla distruzione dell’Occidente: in assenza di una sequenzialità dei passi, nessuno può assicurarci che l’esito catastrofico sia una conseguenza dell’assunto iniziale; esito che, a rigori, potrebbe essere determinato da tesi alternative o, al limite, del tutto (o in parte) evitato.