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Ma che amore è quello che uccide?

Ma che amore è quello che uccide? Che amore è quello che stringe fino a soffocare, che non lascia andare, che pretende, che minaccia, che colpisce? Non è amore. È fame. È vuoto. È l’eco di qualcosa che manca dentro, da sempre. L’amore non possiede, l’amore accoglie. Non urla, non schiaccia, non trattiene con la forza. L’amore vero ha paura di far male, si misura con delicatezza, ha il coraggio di restare anche quando fa male — ma ha anche il coraggio di lasciar andare quando non c’è più spazio, quando l’altro dice basta.
E invece ci insegnano a vincere, a conquistare, a ottenere. Nessuno ci insegna a perdere, a essere rifiutati senza crollare, a dire “va bene” e fare un passo indietro. Nessuno ci insegna che non tutto ci è dovuto, che nessuno ci appartiene, che dire “ti amo” non dà diritto a niente. Anzi, dà un dovere: custodire, rispettare, proteggere. E se non c’è questo, allora non chiamatelo amore. Chiamatelo come volete, ma non amore.
È troppo comodo parlare di amore malato. L’amore non si ammala, si nega, si traveste, si imita — ma non fa del male. Non lo ha mai fatto. Bisogna imparare ad amare, come si impara a camminare, a parlare, a pensare. E se non lo si impara, si rischia di scambiare l’ossessione per passione, il controllo per attenzione, la gelosia per cura. E si finisce per colpire con la stessa mano che dovrebbe accarezzare.
Martina aveva 14 anni. E non serve dire altro. Solo che adesso dovremmo guardarci tutti allo specchio e chiederci: chi gliel’ha insegnato, a lui, cosa fosse l’amore? E a noi, chi ce lo sta insegnando davvero?

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