Ero convinto che non sarei tornato e invece eccomi qui — non so nemmeno bene quando ho deciso, forse ieri, o forse mesi fa senza accorgermene — con quel senso di urgenza quieta che ti prende quando capisci che un cerchio va chiuso, con rispetto, con calma, con il respiro lungo. Sono venuto per salutarti, per dirti quell’“ultima volta” che non è un addio rabbioso ma un atto di cura: rimettere a posto le cose dentro, toccare le pietre del sentiero una per una, ricordare che ogni fine è una forma educata di cominciare.
Ti penso e mi vengono addosso, senza ordine, le mattine leggere in cui non c’era fretta (o c’era e la dimenticavamo), il modo in cui sapevi ascoltare, come se la mia voce avesse spazio, eco, ritorno; i pomeriggi stanchi che diventavano limpidi stando semplicemente accanto a te; i piccoli riti senza nome — un passo, una pausa, un sorriso che non aveva bisogno di spettatori. Con te le giornate avevano una trama semplice: arrivavo pieno di domande e ripartivo con domande diverse, più vere, come quando svuoti le tasche e trovi solo ciò che serve davvero. E ridevamo, sì, ridevamo di niente, di quelle sciocchezze che, chissà come, tengono insieme le persone meglio di mille discorsi seri.
Quest’anno poi —lo sai, lo sai meglio di me — è arrivata quella notizia. Quella che aspettavo da una vita intera o, per lo meno, da quel pezzo di vita in cui ho imparato a desiderare con pazienza. È arrivata qui, con te accanto, come se avesse scelto la scenografia giusta, la luce giusta, l’ora giusta. Ricordo la paura di leggere la notizia dal telefono, poi il silenzio subito dopo, un silenzio pieno, non imbarazzato: io che cercavo di convincermi che fosse vero, tu che mi tenevi fermo lo sguardo per non farmi scappare via dal momento. E in quell’istante ho avuto la certezza che avrei ricordato per sempre non solo le parole, non solo la promessa di futuro, ma anche te, la tua presenza discreta, la tua capacità di essere scena e testimone, cornice e sponda.
È per questo che sono tornato adesso, che dico “ultima volta” e non trema nulla: perché mi sembra giusto, doveroso quasi, riconoscere il debito della gratitudine. Ci sono amici che ci salvano una volta e altri che, semplicemente, ci insegnano a respirare meglio ogni giorno. Tu sei di questi ultimi. A te devo ore buone, pensieri rimessi in ordine, ferite che hanno smesso di farsi vedere. A te affido il mio augurio — che il nuovo inizio sia lieve e fortunato, che mantenga ciò che promette, che non dimentichi le sue origini. Vorrei portarmene via un frammento, un talismano: il ritmo con cui sai dire “calma”, quel tuo modo di abbassare la voce alle cose troppo grandi finché diventano maneggiabili.
E poi c’è anche questo: l’idea che i luoghi (o le persone, o quello che sono quando stanno con noi) restino come una bussola silenziosa nella tasca della giacca. Non servono tutti i giorni, non servono a ogni bivio, ma quando serve li trovi lì, freddi e affidabili, e dicono: guarda da questa parte, non ti perdere. Forse sto scrivendo più a me che a te, come succede quando si tenta un saluto e si scopre che la lingua inciampa per non finire davvero. Ma è tempo: bisogna andarsene quando è ancora bello, lasciare accese le luci giuste, salutare senza fare rumore.
Così sono qui: ti guardo, ti parlo a mezza voce, ti affido le cose buone che ho raccolto e anche quelle fragili, che hanno bisogno di stare dove l’aria passa e non fa male. Non ti chiedo di custodirle—non sei un armadio, non sei una teca—ti chiedo solo di continuare a essere quello che sei, perché così, semplicemente, mi aiuti a ricordare chi sono stato e chi sto diventando.
E mentre scrivo, mentre provo a intrecciare le parole come fossero lacci prima di alzarmi, mi viene da sorridere: amico mio, complice dei giorni chiari e dei ritorni silenziosi, testimone della notizia che porterò con me finché avrò memoria — eri tu, sei tu, sei sempre stato tu.
Tu che mi hai insegnato la calma e il respiro lungo, tu che custodisci e restituisci senza mai chiedere nulla.
Tu che stai davanti a me adesso, disteso e vivo, senza fine: il mare.
