
Global Sumud Flotilla. Una flotta di barche a vela, partite dal Mediterraneo, con un obiettivo semplice e immenso: raggiungere Gaza e portare cibo e medicinali a chi è intrappolato nell’assedio.
Il contesto è chiaro, anche se spesso dimenticato. La Striscia di Gaza, poco più di 360 chilometri quadrati, oltre due milioni di abitanti. Da anni sotto blocco, da mesi sotto assedio totale. Israele controlla i confini, chiude i valichi, impedisce l’ingresso di beni essenziali. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la stretta è diventata assoluta: niente acqua, niente carburante, ospedali al collasso, bombardamenti continui. Non è carestia naturale, non è povertà congenita. È fame indotta, costruita, usata come arma di guerra.
Qui si inserisce la Flotilla. Global: persone da 44 Paesi diversi, unite da un’unica rotta. Flotilla: non una nave isolata ma un gruppo, vele che viaggiano insieme. Sumud: parola araba che significa resistenza ostinata, la volontà di restare nonostante tutto. Tre parole che diventano una scelta: partire, sfidare l’assedio, affermare un diritto universale.
Le possibilità di successo sono minime. L’esercito israeliano ha già bloccato missioni simili. Ma il senso non è solo arrivare a destinazione. Il senso è mostrare che qualcuno osa ancora salpare, che non tutto il mondo resta fermo a guardare. È aprire, anche solo per un attimo, una breccia nell’indifferenza.
La Flotilla non è turismo, non è gesto velleitario. È obbedienza a una legge elementare: dare pane a chi ha fame, acqua a chi ha sete. Un principio che non ha confini, non conosce passaporti. Forse le barche saranno fermate. Ma il mare ricorderà la loro scia. E chi osserva da lontano saprà che un varco è stato tracciato.