Un tempo la morte non si nascondeva. Entrava nelle case come una presenza attesa, e al morente non si risparmiava la verità. Si sapeva che stava per partire, e in quella consapevolezza c’era una sorta di compostezza, persino di dignità. Intorno al letto si radunavano parenti e vicini, non per fingere, ma per condividere. E spesso, quasi con naturalezza, si affidavano al morente i saluti per chi era già dall’altra parte: “portali a mio padre”, “dalli a mia madre”.
Era un congedo che sapeva di comunità, di legame che non si spezza. E c’era persino spazio per il sorriso, per la battuta di spirito che alleggeriva l’agonia: come quell’uomo che, gravato dalle troppe raccomandazioni, trovò la forza di dire “scrivetemeli su un foglio, se no me li dimentico”. La morte, allora, non era solo fine: era passaggio, incarico, missione di memoria.
Oggi invece il morire si consuma nel silenzio ovattato delle stanze sterili, tra monitor e sguardi distolti. Si preferisce non dire, non nominare, non guardare. È una solitudine più che un trapasso: non più rito, ma interruzione.
E così resta da chiedersi: abbiamo davvero imparato a proteggere chi muore — o lo abbiamo soltanto lasciato più solo?
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