
Ci hanno detto che I promessi sposi è la favola della Provvidenza. Due giovani che si sposano, il male che arretra, Dio che tutto aggiusta. Fine della storia.
No. Non funziona così. Quel romanzo non consola, ferisce. È un libro disperato. Disperato perché mostra che il mondo resta uguale a se stesso: storto, marcio, irredimibile. Renzo e Lucia coronano il loro amore, certo. Ma a prezzo dell’emigrazione, della fuga. La loro vittoria è privata, minuscola, quasi clandestina. La vittoria di due che hanno resistito. Non di una società guarita.
E allora chi trionfa davvero? Don Abbondio. Sempre lui. Il curato che ha paura di tutto, che non rischia nulla, che si piega al potere come una canna al vento. Eppure è l’unico a restare in piedi. Passano lanzichenecchi, passa la peste, muore Don Rodrigo: lui no. Intatto. Vittorioso proprio perché vigliacco. E qui sta lo scandalo: il romanzo ci sbatte in faccia che, nella storia, a vincere non sono gli eroi, ma i pavidi che sopravvivono.
E non è solo il Seicento. È l’Italia tutta, ieri e oggi. Le grida manzoniane — decreti solenni e inutili, parole vuote contro i prepotenti — sono la colonna sonora della nostra storia. Dal tempo dei bravi fino alle Brigate Rosse, fino alle mille forme di violenza e potere che ancora abitano le nostre città. Sempre la stessa musica: il male che si rinnova, la legge che non funziona, i vigliacchi che prosperano.
I promessi sposi è questo: non un catechismo per addormentarsi, ma un referto impietoso. Ti dice che il potere non muore, che il male cambia nome ma non sostanza, che l’ingiustizia è la vera tradizione nazionale. Non c’è consolazione, c’è diagnosi.
E allora sì: è un libro disperato. Ma proprio per questo necessario. Perché i grandi romanzi non regalano pace: ti costringono a vegliare. Ti ricordano che ogni Don Rodrigo ha eredi, e che ogni Don Abbondio è sempre vivo, ben protetto, pronto a sopravvivere a tutti.