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Il cerchio che si chiude senza sangue…

C’è un film che non gronda sangue, eppure lo senti pulsare dappertutto. Angelina Jolie ha preso un libro di Baricco – Senza sangue – e ci ha messo le sue mani di regista, cercando di non fargli perdere la sua musica, la sua architettura di parole sospese. Ne è uscito un oggetto strano, fedele e infedele allo stesso tempo, come sempre quando si prova a trasformare la scrittura in immagini.
La storia la conosciamo: una strage in una fattoria sperduta, un medico ammazzato, un padre che non ha potuto proteggere i figli, un’agguato che lascia in vita solo una bambina rannicchiata dentro una botola, per un gesto di pietà che nessuno avrebbe mai scommesso. Da lì comincia un debito che si allunga per tutta una vita. Anni dopo, quella bambina diventa una donna (Salma Hayek), e va a cercare il suo carnefice-salvatore. Lo trova a vendere giornali, biglietti della lotteria e memoria. Lo invita al bar. Il resto del film è praticamente questo: due persone che si guardano negli occhi e si domandano cosa sia rimasto di allora.
Il titolo è la chiave. Vendetta senza coltellate, giustizia senza tribunali, un finale senza esplosioni. Nina non spara, non affonda lame, non pronuncia sentenze. Porta Tito in una stanza d’albergo e si rannicchia, ancora, nella stessa postura di quando il mondo le è crollato addosso. Solo che adesso è lei a decidere, lei a condurre la danza. C’è un’oscura fedeltà al trauma, una complicità assurda con l’orrore che non si dissolve nel perdono ma nemmeno si irrigidisce nell’odio.
La Jolie non cambia nulla del libro: stessa sospensione, stessa ambientazione senza geografia, stessa scelta di non mettere date. Perché non importa dove, non importa quando. Importa che la guerra lascia sempre qualcuno a metà del guado. Alcuni tornano a casa, altri restano lì, incagliati nel giorno del massacro.
Il rischio, dicono i critici, è che sembri quasi un audio-libro filmato. Forse sì, ma forse no. Perché in quella lentezza, in quel dialogo serrato come un kammerspiel, c’è l’essenza del racconto: due sopravvissuti che si incontrano e provano a capire se l’orrore si può chiudere in cerchio. Non con il perdono, non con la vendetta, ma con un gesto che resta inspiegabile e umano.
Alla fine Nina si allontana nel deserto. Non porta con sé Tito, non porta con sé sangue. Porta la possibilità di un nuovo silenzio. E noi restiamo lì, a domandarci se anche i nostri traumi abbiano bisogno di un albergo, di una botola, di un deserto per trovare pace. Forse non serve capire. Basta restare un attimo in ascolto, rannicchiati come Nina, e lasciar scorrere il tempo senza sangue.

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