
Una giornata che ha avuto il ritmo di un respiro trattenuto troppo a lungo. L’Italia, da nord a sud, si è fermata. Non per un blackout, non per un evento naturale, ma per scelta. Per protesta.
Da Sassari a Trieste i binari muti, i tram fermi come statue d’acciaio, le scuole chiuse come se fosse arrivato un inverno imprevisto. Cento piazze, cento voci, cento ragioni diverse che si sono fuse in un unico coro stonato e potente. Roma, con trecentomila persone a ingolfare tangenziale e autostrada come fossero vene chiuse da un grumo di rabbia. Genova, dove cinquantamila hanno occupato i binari cantando Bella ciao, trasformando la stazione in un’eco di memoria. Bari, ventimila a urlare “Cambiamo la storia”, improvvisando un sit-in che sapeva più di rito che di politica. Torino, due anime: gli antagonisti che tentano l’assalto a Leonardo, e gli altri settantamila che scelgono la calma rumorosa del Municipio.
Scene che non si vedevano da anni, quasi da un’altra epoca, quando scendere in piazza era ancora credere che la piazza potesse cambiare le cose. Ma ogni movimento, lo sappiamo, lascia dietro di sé non solo polvere di cortei e slogan dimenticati, ma soprattutto scie di parole. Quelle dei politici che si accusano a vicenda come in un gioco infantile: il vicepremier che parla di “guerra politica” e di poliziotti feriti, la Cgil che risponde parlando di minacce a persone perbene, Schlein che sibila un “Giù le mani dai diritti”, Conte che addita la premier come la prima a usare le piazze come arma.
E allora la domanda rimane sospesa, senza risposta: è stata una giornata di popolo o di partiti? Una vera frattura o solo una parentesi nel solito romanzo italiano delle accuse incrociate?
Forse la verità sta altrove, nel gesto semplice di chi ha lasciato il lavoro, ha preso un treno (quando c’era), è sceso in strada e ha deciso, almeno per un giorno, di non stare zitto. In quell’ostinazione ostinata che, nel bene e nel male, continua a far battere il cuore di questo Paese.