
Un anno fa aveva fatto il solito numero: domande che non gli andavano, il volto che si incupisce, il corpo che si alza di scatto, la minaccia di andarsene. Poi il contrordine, il ritorno, la voce più bassa, quasi tenera. Lo chiamano carattere, ma col senno di poi sembrava più un avvertimento: persino un mostro di energia può concedersi una stanchezza.
Da allora il tempo ha lavorato contro di lui, senza spettacoli né telecamere. Non più l’urlo, non più il colpo di teatro, ma la fatica di reggere il peso del silenzio. Chi lo aveva visto come un gladiatore intellettuale, pronto a scagliarsi contro chiunque, oggi lo ritrova segnato, meno roboante, eppure sempre presente. Perché lui non arretra: si lascia piegare, ma non si lascia cancellare.
È beffardo il destino, quando tocca uno che ha vissuto sempre di eccesso, di sovrabbondanza, di battaglia continua. Uno che ha fatto della parola un’arma e della contraddizione una casa. Ed è proprio lì che il tempo ha deciso di colpirlo: nel suo bisogno di mostrarsi invincibile.
Eppure, nonostante la malinconia che adesso accompagna ogni gesto, resta ancora ingombrante. Anche seduto, anche fragile, anche costretto a farsi vedere per dimostrare di esserci. Un personaggio che non smette di occupare lo spazio, perché non potrebbe vivere altrimenti.
Alla fine, guardandolo, ti accorgi che la scena non l’ha mai persa: è cambiata solo la sua parte. Da gladiatore a sopravvissuto. Ma sempre, irriducibilmente, lui.
E questo è il privilegio dei mostri: restare ingombranti persino quando il tempo decide di ridurli al silenzio.