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C’è qualcosa di profondamente stonato nell’idea che i nostri rifiuti viaggino più di noi. Che attraversino il mare, cambino lingua, passaporto e dogana, mentre restano sempre se stessi: scarti, residui, pezzi di un consumo che non si estingue mai.
Li chiamiamo “materie prime secondarie” — un ossimoro che consola, come se bastasse cambiare nome alle cose per redimerle. E invece no: continuano a puzzare di ciò che siamo, di tutto ciò che non vogliamo più guardare.
La Turchia, Smirne, l’Egeo — luoghi che evocano civiltà, storia, Mediterraneo — diventano lo sfondo per il nostro peccato moderno: spingere via l’immondizia, come si fa con la vergogna. Ma la spazzatura non è mai solo roba da buttare: è memoria. Racconta chi siamo più di quanto lo facciano i musei.
Ogni barile, ogni filtro, ogni pezzo di metallo ossidato che parte da Caivano è un frammento di noi che non vogliamo riconoscere. Eppure, finché continueremo a esportare la colpa invece di affrontarla, resteremo un Paese che delega ad altri non solo i suoi rifiuti, ma anche la propria coscienza.

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