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Ci sono versi che non si leggono: si respirano.
Quello di Viviani è uno di questi.
In poche righe mette in scena il miracolo e l’assurdo dell’esistere — ma lo fa senza filosofia, senza sistema, senza maschera. Lo fa comme se parlasse cu’ nu’ viecchio, sotto al balcone, mentre cala il sole su una Napoli che non si trucca per piacere a nessuno.
«Si overo more ’o cuorpo sulamente / e ll’anema rinasce ’ncuorpo a n’ato…» — Viviani non chiede, constata.
Non cerca l’eternità, la sfiora.
Non costruisce una teologia, ma la sospira in lingua madre.
Il dubbio sull’anima che passa di corpo in corpo è vecchio quanto l’uomo, ma qui diventa carne quotidiana: na pecora, nu ciuccio, nu serpente, dice.
È la vita vista dal basso, da chi ha camminato scalzo, da chi sa che prima di essere uomo può darsi che sia stato fame, o stanchezza, o una risata dimenticata.
Poi arriva quel verso che chiude ogni speculazione: Ma i’ nun ‘e faccio sti raggiunamente.
Non ragiona, sente.
Non pensa di sapere chi sarà, sa soltanto chi è stato.
E in quel sapere c’è la sua pace.
Non quella dei santi, ma quella degli uomini veri, che non cercano un paradiso ma un equilibrio con sé stessi.
E pe’ chello che songo sto appaciato.
C’è dentro tutto: la dignità, la rassegnazione, la dolcezza che non si piega.
Viviani non ha bisogno di filosofia: la sua filosofia è ‘o core ‘e chi campa.
La sua metafisica è un bicchiere di vino, un vicolo, una voce che dice “so’ stato” con orgoglio.
Lui sa che dopo, pure se nun sarà niente, resterà n’ommo ca so’ nato.
È la dichiarazione più potente che un essere umano possa fare: non “sono eterno”, ma “sono stato vivo”.
E forse, dopotutto, è questo che salva: sapere che ogni vita — pure quella più piccola, più storta, più ferita — ha avuto un momento in cui ha potuto dire, senza paura e senza vergogna: “So’ nato.”

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