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Il latino non serve, dicono.

Il latino non serve, dicono.
Eppure — senza saperlo — lo usano ogni giorno. Nelle parole, nei gesti, nei pensieri che hanno radici troppo antiche per essere ricordate.
Il latino non è una lingua, è una chiave. Apre la mente come una finestra spalancata sulla logica, sul perché delle cose.
Chi ha imparato a districarsi tra Tacito e Platone sa muoversi nel mondo: riconosce la struttura dietro il caos, la regola dentro il disordine.
Ma oggi tutto deve servire. Subito.
Ci si misura in competenze, in risultati, in ciò che “funziona”.
Eppure la cultura non funziona: nutre, scava, prepara.
Se tagli ciò che non serve, tagli le radici — e le radici non servono, finché non cade il vento.
Il latino non è per pochi. È per chiunque voglia imparare a pensare.
Darlo a tutti, almeno un poco, è come dare a tutti un linguaggio segreto: non per usarlo, ma per capire che il mondo è più grande delle sue utilità.
Perché l’intelligenza non nasce dal bisogno, ma dalla curiosità.
E la curiosità, come il latino, non serve a niente.
Proprio per questo

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