Odio gli indifferenti, i fannulloni, i lamentosi, gli esaltati, gli incompetenti, i boriosi, gli ottusi.
Ma più di tutti odio gli spocchiosi: quelli che non sanno ma credono di sapere.
Quelli che parlano senza ascoltare.
Che spiegano ciò che non hanno mai capito.
Che danno consigli come se la vita fosse un manuale scritto da loro.
Che correggono gli altri, ma non sanno correggere sé stessi.
Che si riempiono la bocca di parole che non comprendono.
Che scambiano l’arroganza per autorevolezza, l’eco della propria voce per pensiero.
Odio chi confonde la sicurezza con la verità.
Chi crede che basti dire qualcosa per renderla giusta.
Chi non ha mai avuto un dubbio, mai una notte insonne, mai una frase riscritta cento volte.
Chi non cerca, perché pensa di aver già trovato.
Chi non ascolta, perché teme di dover cambiare idea.
Chi giudica, perché non sopporta la possibilità che qualcun altro sappia più di lui.
Odio la leggerezza con cui si improvvisano esperti.
Il coraggio con cui si espongono ignorando tutto.
La presunzione con cui si ergono a maestri, quando non sono nemmeno allievi.
E forse, in fondo, li odio perché mi ricordano quanto è difficile — e raro — saper tacere davanti a ciò che non si conosce.
Perché il silenzio non dà like.
Ma il silenzio, a volte, è l’unica forma di competenza che ci resta.
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