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Non si vive più per vivere…

Non si vive più per vivere. Si vive per raccontare di aver vissuto.
Il viaggio comincia davvero quando si accende la fotocamera. La risata nasce già col filtro giusto. L’alba, prima ancora di esser vista, è già pronta per essere postata. Ci si affretta a godere, ma solo per poterlo dire. Come se il valore di ciò che accade non stesse più nell’esperienza, ma nel suo riflesso digitale. Un piatto, una spiaggia, una città: tutto è cornice di noi stessi, inquadrata, ritagliata, sistemata per apparire “spontanea”.
Non si viaggia più per sentire il vento, ma per farlo sapere. Non si ascolta un concerto, si registra. Non si scrive più un pensiero: si pubblica.
E allora si vive a metà.
A metà tra ciò che si prova e ciò che si mostra. A metà tra la vita vera e la sua rappresentazione. E intanto, nella fretta di fissare ogni momento, ci si dimentica di viverlo.
Ci si perde il profumo, la voce, la verità delle cose. Il bello non basta più se non è condiviso, il silenzio non esiste se non è commentato, la gioia non vale se non viene vista. Abbiamo confuso la presenza con la visibilità.
Eppure la vita vera, quella che non si fotografa, è tutta lì: nelle cose che non raccontiamo a nessuno,
nelle emozioni che restano solo nostre, in ciò che non serve mostrare per essere reale.
È lì, nel silenzio di chi vive davvero, che il mondo — finalmente — lo rendiamo umano.

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