C’è un tempo, nella crescita, in cui ogni cosa dovrebbe accadere con lentezza. Non per nostalgia del passato o paura del futuro, ma perché il pensiero — come un muscolo — ha bisogno di resistenza, non di scorciatoie. E invece viviamo nell’epoca del pensiero delegato: un clic, una risposta pronta, un algoritmo che anticipa persino le domande. Ci hanno convinti che sapere significhi ottenere, non cercare.
Ma non si cresce così.
Crescere, in fondo, è imparare a reggere la frustrazione di non sapere subito, di non riuscire ancora. È accettare la fatica come compagna, non come nemica. Un tempo la chiamavano esperienza, oggi la scambiamo per perdita di tempo. I genitori — e forse anche noi insegnanti — ci illudiamo di poter difendere i ragazzi tenendoli al riparo dal rischio, come se il dolore potesse essere messo in quarantena. Ma crescere è sempre un atto di esposizione. Ogni autonomia nasce da un rischio calcolato, da una fiducia concessa un po’ prima del dovuto. Chi non inciampa mai, non impara a camminare davvero.
C’è qualcosa di tragico nella stanza digitale: un luogo che promette il mondo e invece lo cancella. I ragazzi ci vivono dentro, con la convinzione di essere connessi a tutto, mentre lentamente perdono il contatto con se stessi. Parlano, giocano, scoprono — ma lo fanno attraverso superfici lisce, inodori, senza peso. E così la realtà, con la sua ruvidità, li spaventa. Abbiamo trasformato la sicurezza in una religione, e il rischio in un tabù. Ma un figlio che non conosce l’incertezza diventa un adulto che non sa sopportare l’imprevisto. Forse dovremmo smettere di proteggerli da tutto, e cominciare a proteggerli per qualcosa: per la vita, che non è mai priva di urti, né di ombre. E noi adulti, noi educatori, dovremmo smettere di stare “davanti” o “dietro” ai ragazzi come guardiani o spettatori. Dovremmo imparare a camminare “accanto”, abbastanza vicini da poterli ascoltare, abbastanza lontani da lasciarli provare. Perché l’educazione non è un recinto: è un ponte. E su quel ponte, ogni tanto, bisogna anche lasciarli andare un passo avanti, a vedere se il vento regge. Forse tutto si riduce a questo: restituire profondità al reale. Far riscoprire ai ragazzi che la vita non accade nello schermo, ma nella lentezza di un pensiero che prende forma, nel disagio di un errore che insegna, nella bellezza imperfetta di ciò che non si può programmare.
Allenare la fatica, dunque.
Non per farli soffrire, ma per restituire loro la forza.
Perché solo chi ha imparato a stare nella fatica saprà un giorno riconoscere la gioia — quella vera, che non si scarica da nessuna parte.
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