Capita così, nella vita di cattedra: un’altalena di grandezze e miserie, di slanci eroici e cadute rovinose, come se ogni giornata scolastica fosse una strada di montagna: curve cieche, tornanti improvvisi, e poi, di colpo, un panorama che ti toglie il fiato. C’è chi immagina il mestiere dell’insegnante come una linea retta, una progressione ordinata di lezioni ben confezionate e vite educate come giardini all’inglese. Ma tu lo sai che non è così. Tu lo vedi, ogni mattina: assomiglia più a una bottega medievale, dove si aggiustano ali di cera con lo sputo, si ricuciono destini con filo di lana, si levigano parole come se fossero legno vivo. È un lavoro antico, sporco di mani e pieno di anima, e per questo forse sopravvive ancora.
Ci sono giorni in cui resti sveglio fino alle due, chino come un copista cluniacense su compiti che sembrano manoscritti miniati, riga dopo riga, nota dopo nota, con quella cura che nessuno ti chiede ma che tu, ostinato, continui a dare. E il mattino dopo li consegni come reliquie. E poi ci sono i mesi in cui te li dimentichi in borsa, sprofondate in quell’abisso gravitazionale fatto di verbali, circolari e appunti di programmazione, finché una ragazzina timida alza un ditino, a giugno, e chiede: «Prof, ma quelli di settembre…?». E tu, dentro, vorresti dissolverti come un vapore.
Ci sono lezioni che prepari come trailer cinematografici: video, luci, citazioni da testi così rari che il bibliotecario ti odia dal 2017. E poi ci sono mattine in cui entri in classe con l’espressione di un reduce, gli occhiali da sole a mascherare il sonno, e dici soltanto: «Oggi film». Che è come dire: oggi sopravviviamo insieme.
Ci sono ore in cui hai la serenità marmorea di un monaco zen, anche se attorno infuriano rivolte, urla, lanci di penne e di persone, e tu resti lì, immobile, come se il caos fosse un vento che ti sfiora senza scalfirti. E poi ci sono quelle volte in cui basta una matita caduta, un colpo di tosse, un sussurro, e ti trasformi in un’Erinni. Una divinità della vendetta. Un cataclisma.
Ci sono sale professori che sono laboratori di idee, scambi di sorrisi, brainstorming che Pep Guardiola scansati. E poi ci sono i giorni in cui la stessa sala diventa un Colosseo, con gladiatori, fiere e un clima da “solo uno uscirà vivo”. E di solito non sei tu.
Ci sono pomeriggi in cui ascolti ogni loro tormento, offri porti sicuri a tempeste che non finiscono mai, stringi ferite con la dedizione di un paramedico dell’anima. E poi ci sono quelli in cui, all’ennesimo «Prof, Tizio mi prende in giro…», dentro senti solo una voce. E quella voce dice: «E sticazzi!». Ma annuisci lo stesso, perché l’educazione è anche teatro.
Ci sono genitori con cui sei affabile, paziente, comprensivo. E poi ci sono gli altri. E per quelli nemmeno la diplomazia vaticana basterebbe.
Ci sono mattine in cui entri con un sorriso che pare un’insegna al neon, e ti manca solo il coro di passerotti che ti porta la borsa. E poi ci sono quelle in cui la luce negli occhi arriva solo quando esci, quando l’ultima campanella rilascia un silenzio che sembra un abbraccio.
A volte sei il prof che anche tu vorresti incontrare. A volte sei il prof da cui scapperesti a gambe levate. Ma — e questo conta più del resto — ogni volta, comunque vada, c’è una verità che non cambia: tu sei lì per accendere una luce. Anche piccola. Anche tremolante. Sei lì a innaffiare una radice che non sai ancora che forma prenderà. Sei mano sulla spalla, orecchio più che voce. Sei lì, proprio lì, nel punto fragile e magnifico dove le cose possono ancora cambiare davvero. E in un mondo che corre, che si sfilaccia, che si distrae, tu abiti uno dei pochi luoghi dove si può ancora immaginare, ancora crescere, ancora — miracolosamente — salvarsi. E questo, nonostante tutto, nonostante te stesso, resta il motivo più semplice e più alto per cui domani tornerai.
{ 0 comments… add one }
Next post: Dove il pensiero s’imbriaca: elogio della testa-bordello
Previous post: …non un eroe, ma un uomo integro.