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La scuola delle carte: quando l’apparenza divora l’insegnamento…

Assomiglia a quelle case tirate a lucido solo quando arriva qualcuno da fuori. Le finestre spalancate per far entrare un po’ d’aria finta, i tappeti sbattuti all’ultimo minuto, il profumo del detersivo che copre l’odore di chi ci vive davvero. La scuola, ormai, è diventata così: un luogo che si affanna a mostrarsi migliore di quanto sia, mentre dentro implode in un silenzio di rassegnazione.
Compiliamo moduli come se stessimo tracciando mappe per un territorio che nessuno attraverserà mai. Mettiamo firme, protocolli, obiettivi formativi che hanno la consistenza di un miraggio. Le UDA si moltiplicano come foglie morte portate dal vento: bellissime sulla carta, inesistenti nel suolo dove dovrebbero mettere radici. Organizziamo open day come fiere di paese, con palloncini e sorrisi stirati, come se bastasse una pennellata di entusiasmo per nascondere le crepe nelle pareti. Poi visitiamo musei, proiettiamo film, riempiamo la vita scolastica di eventi, perché il vuoto fa paura e bisogna coprirlo con qualcosa che luccica. E intanto il tempo per spiegare si accartoccia, si restringe, evapora. Gli argomenti si comprimono fino a diventare gusci senza contenuto. Ci ritroviamo davanti a studenti che non possiedono più nemmeno la grammatica minima del nostro mestiere: non perché non vogliano, ma perché non gliela diamo davvero. Siamo troppo occupati a sistemare le tende prima che arrivino i visitatori.
La verità è che la scuola non è più un luogo dove si pensa, si impara, si cresce; è diventata un ufficio complicato che produce carta invece di conoscenza. E la cosa più tragica è che ci siamo convinti che funzioni, che sia normale, inevitabile. Abbiamo scambiato la burocrazia per pedagogia, le scadenze per didattica, la vetrina per sostanza. E mentre ci affanniamo a riempire gli scaffali di adempimenti perfetti, ci passano davanti generazioni di ragazzi che avrebbero bisogno solo di qualcuno che si sieda, respiri, e spieghi. Con calma. Con profondità. Con tempo. Tempo che non c’è più, perché lo abbiamo barattato per un’apparenza che non salva nessuno. Forse un giorno avremo il coraggio di guardare questa grande illusione negli occhi. Fino ad allora continueremo a lucidare la facciata, mentre dentro la casa scolastica cade a pezzi nel più imbarazzante silenzio.

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