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Vietare non insegna: rimuove.

Ci sono decisioni che somigliano a quelle medicine dal sapore terribile che, almeno nelle intenzioni di chi le prescrive, dovrebbero guarire qualunque male. Le prendi, serri i denti, ti convinci che servano, poi scopri che curano poco e intossicano molto. Il proibizionismo — in tutte le sue forme, passate, presenti e future — appartiene esattamente a questa categoria: l’illusione di risolvere un problema tagliandogli le gambe, senza accorgersi che, una volta tagliate, le gambe crescono in posti peggiori. L’errore sta tutto lì, in quel gesto politico e culturale che confonde il controllo con l’educazione, l’ordine con la comprensione, la paura con la prudenza. È lo stesso gesto che oggi prova a risolvere l’accesso alla pornografia imponendo SPID e carta d’identità, e domani vieta ai ragazzi di usare lo smartphone in classe come se fosse un incantesimo di purificazione. Basta un decreto, una circolare, una password obbligatoria: voilà, il male è sparito. O meglio: è stato spinto altrove, dove non lo vediamo, e quindi — per magia — non esiste più.
Il proibizionismo sull’alcol negli anni Venti ci ha già raccontato cosa succede quando si sostituisce la realtà con un divieto: locali clandestini che spuntano come funghi, mafie che trovano nuovi mercati, distillazioni improvvisate che avvelenano più di quanto dissetino. Il mondo adulto credeva di aver messo fine all’ubriachezza, e invece aveva solo nascosto il bicchiere sotto il tavolo, dove però si continuava a bere, e male. Oggi stiamo rifacendo lo stesso gesto con la pornografia: la chiudiamo a chiave pensando di rendere il mondo più sicuro, e non ci accorgiamo che chi vuole guardarla troverà altre porte, spesso più strette, più buie, più insidiose. Lo scambio di file, l’autoproduzione senza consapevolezza, la mediazione degli adulti compiacenti o indifferenti: tutto continua, soltanto peggiora. L’ombra non è mai un buon posto per nascondere la fragilità. E non serve affatto scomodare temi scabrosi per capire il meccanismo: basta osservare cosa succede nelle scuole quando vengono vietati gli smartphone. Il telefono non sparisce: cambia forma. Diventa un oggetto da infilare tra i libri, da far scendere dentro una manica troppo larga, da passare sotto il banco o camuffare in un astuccio tra i colori. Diventa una tentazione senza guida, senza educazione, senza discussione. E i ragazzi, condannati a non sbagliare alla luce del sole, imparano a sbagliare al buio. Il risultato? Il peggiore possibile, in entrambe le situazioni.
Si ottiene esattamente ciò che si voleva evitare.
Il proibizionismo crea mondi sotterranei. Luoghi dove non arriva la voce degli adulti, ma arriva tutto il resto: l’azzardo, la furbizia, l’imitazione cieca, la disinformazione. Vietare non insegna: rimuove. E quando rimuovi un problema senza affrontarlo, quel problema ritorna più grosso, più scomposto, più difficile da maneggiare. Lo smartphone vietato non diventa un invito allo studio: diventa un oggetto mitico, desiderabile proprio perché proibito. La pornografia blindata non diventa contenuto sicuro: diventa un labirinto da cui si esce con più domande, più paure, più rischi. L’alcol proibito non diventa una società temperante: diventa una generazione di distillatori improvvisati e di drink che bruciano più del necessario.
A ben vedere, il filo comune è sempre lo stesso: quando gli adulti hanno paura, vietano; quando hanno coraggio, educano. Ma educare è un lavoro lento, impegnativo, di prossimità. Richiede parole che non siano slogan, ascolto che non sia giudizio, tempo che non sia controllo. Vietare, invece, è semplice: è una firma in fondo a una circolare, un click su un blocco, un regolamento da appendere nell’atrio della scuola e dimenticare subito dopo. E forse è questo il vero male: un Paese che continua a reagire ai problemi con la severità di chi non vuole vedere e non con la lucidità di chi vuole capire. Che si illude di aver risolto qualcosa solo perché ha tolto di mezzo il sintomo, lasciando maturare in silenzio la causa.
La verità è che non si tratta né di smartphone né di pornografia né di alcol. Si tratta della nostra eterna incapacità di fare i conti con il desiderio, la curiosità, la crescita, il limite umano. E finché continueremo a rispondere con divieti, non scopriremo mai come insegnare davvero a gestirli. Se il proibizionismo ha fallito cento anni fa, è solo perché non ha guardato in faccia le persone. E oggi, ogni volta che lo riproponiamo, stiamo ripetendo la stessa svista: stiamo guardando le regole, non gli esseri umani che dovrebbero seguirle.

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