≡ Menu

…la parte più autentica di sé

C’è un istante, quando ci si siede davvero, quando finalmente ci si concede di non avanzare più, in cui il mondo smette di essere ciò che vediamo e comincia a diventare ciò che pensiamo. È un istante fragile, quasi timido, che si insinua tra una pausa e un respiro, eppure è lì che nasce l’infinito. Non dal cielo spalancato, non dai panorami che vogliono impressionare, ma da una piccola barriera davanti agli occhi. Una siepe, un muro, un limite qualunque che decide di mettersi tra noi e ciò che cerchiamo. È curioso, a pensarci: ci ostiniamo a cercare l’immenso correndo verso l’aperto, e invece è l’ostacolo a insegnarci la profondità. Perché quando lo sguardo non può procedere, allora è il pensiero che si stacca dalla terra, con la precisione di un ingegnere e l’azzardo di un poeta. È lì che cominciamo a “fingere”: non nell’accezione bugiarda del termine, ma in quella originaria, antica, artigianale. Fingere significa plasmare, modellare, costruire. Dare forma a ciò che fuori non c’è. L’infinito non ci si rivela: lo creiamo noi, seduti, fermi, con gli occhi puntati su una siepe che ci obbliga a guardare altrove. Gli “interminati spazi” non sono un regalo del paesaggio, ma un prodotto del limite. Interminati, non infiniti: spazi che sfuggono perché siamo noi a non riuscire a terminarli, a chiuderli, a circoscriverli. E quando proviamo ad affacciarci su questo orizzonte inventato, c’è sempre un momento in cui il cuore sbanda, un leggero terrore che nessuno ammette ma tutti riconoscono. Quel brivido che Leopardi chiama spaura. Non la paura piena, quella che schiaccia; la spaura, un fremito, un quasi, un rischio che resta sospeso come una nota troppo alta tenuta un attimo di troppo. Eppure subito dopo arriva qualcosa di inatteso: il piacere. Una dolcezza strana, che non nasce dall’aver evitato il pericolo, ma dal poterlo osservare senza esserne travolti. È il sublime in forma domestica: un abisso tenuto a distanza di sicurezza, una vertigine contemplata seduti su un colle che non si muove. Quella quiete che non è calma, ma lucidità. In quell’immensità pensata c’è esattamente tanto quanto possiamo sopportare. E un po’ di più. Poi basta un suono, un fruscio. Il vento tra le foglie, per esempio, che non è mai solo vento: è una memoria che torna, un richiamo involontario a ciò che siamo stati, alle stagioni che non ci appartengono più. È in quel rumore sottile che si apre l’altra dimensione dell’infinito, quella temporale. Non lo spazio che scappa, ma il tempo che si allarga. L’eterno non come durata infinita, ma come percezione improvvisa di essere dentro un fluire che non si ferma mai. Le “morte stagioni” non fanno male: fanno ordine. Ti ricordano che non puoi perdere ciò che hai vissuto davvero, perché la memoria ha una testardaggine tutta sua. È l’unica nostra forma di resistenza contro il nulla. E quando il passato si mescola al presente, quando l’io che ricorda abbraccia l’io che pensa, allora si compie il passaggio decisivo: ci si può permettere di naufragare. Non un naufragio tragico, non l’affondare disperato, ma un abbandono sereno. Una resa dolce. Come se dire “mi perdo” fosse finalmente un atto di libertà e non di sconfitta. Perdersi in un mare che non esiste davvero, ma che esiste dentro di noi con la forza di tutte le cose vere. Davvero vere. Un mare che non annega: sospende.
È questo, forse, il segreto ultimo dell’Infinito: non promette salvezza, non offre consolazioni. Offre una soglia. Quel punto minuscolo dove il pensiero decide di non voler capire tutto, ma di voler sentire qualcosa. Dove l’immensità non è più un enigma, ma una vibrazione che attraversa le ossa. Dove il limite diventa maestro e il confine diventa casa.
E allora sì, serve una siepe. Non per impedire di vedere, ma per insegnarci come si guarda davvero. Serve un colle, una seduta, un attimo di immobilità. Serve il coraggio di stare fermi mentre dentro ci si muove all’infinito. Serve soprattutto la disponibilità a naufragare un po’. A lasciarsi andare. A non chiudere tutto, a non capire tutto, a non temere troppo. Perché forse l’infinito non è altro che questo: decidere di restare, con un orizzonte inventato davanti agli occhi, e trovare lì — incredibilmente — la parte più autentica di sé.

{ 0 comments… add one }

Rispondi