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dulce bellum inexpertis…

Quando alla sera scorri le notizie, la guerra arriva in casa tua in silenzio. Non sfonda porte, non abbatte muri: entra dallo schermo, con il volume abbassato, tra una pubblicità di detersivi e una di auto ibride. Facce sfocate, mappe stilizzate, frecce rosse che avanzano, numeri di morti ridotti a grafico. Tu resti seduto sul divano, un po’ più in là dal cuscino, come se bastasse quel mezzo metro in più per tenerti al sicuro. È in quella distanza che la guerra diventa sopportabile. È lì che, ancora oggi, sembra “dolce a chi non la conosce”: dulce bellum inexpertis, annotava Erasmo cinque secoli fa, pensando ai ragazzi mandati al fronte da uomini che la guerra non l’avrebbero mai vista da vicino. Dolce per chi la guarda da lontano, per chi la racconta, per chi la usa come cornice eroica ai propri discorsi virili. Amara, senza aggettivi, per chi la subisce. I potenti lo sanno benissimo. Machiavelli ci aveva avvertiti: gli uomini, in generale, giudicano più con gli occhi che con le mani; tutti vedono quello che sembri, pochissimi sentono quello che sei. Così, davanti alle telecamere, si parla di “operazioni mirate”, “missioni di pace”, “interventi umanitari”. La parola “guerra” arriva sempre per ultima, quando è già troppo tardi, quando ormai il lessico è stato addomesticato a sufficienza da renderla quasi ragionevole. La verità è che la guerra ha bisogno di cosmetica più di qualsiasi altra cosa. Una guerra che si mostrasse per quello che è – fame, amputazioni, odore di carne bruciata, case vuote con i piatti ancora a tavola – sarebbe politicamente ingestibile. Allora si lavora sugli schermi, sui discorsi, sui comunicati. Si ripulisce il sangue con la sintassi, si asciugano le lacrime con la punteggiatura. E noi, seduti sul divano, ci accontentiamo del montaggio: qualche immagine “forte”, purché non troppo forte da rovinarci la cena.
Erasmo, che non era un ingenuo, non giocava al pacifismo da salotto. Guardava l’Europa del suo tempo sventrata dalle guerre e metteva in bocca alla Pace una domanda che suona ancora terribilmente attuale: come si può predicare l’amore e praticare lo sterminio? Il suo paradosso più famoso è di una lucidità quasi offensiva per la nostra epoca: “La pace più svantaggiosa è meglio della guerra più giusta”.
Una frase che oggi, in tempi di slogan urlati e di tifoserie geopolitiche, suona quasi scandalosa. Eppure il punto è che la pace, quella vera, non è mai elegante, non è mai pulita, non è mai perfetta: è fatta di compromessi, frustrazioni, ingiustizie parziali, accordi imperfetti. Ma lascia vivi gli esseri umani. La guerra no.
Machiavelli, dal canto suo, ci ricorda che “non c’è modo di evitare la guerra: si può solo rimandarla a vantaggio di altri”. Frase abusata per giustificare ogni intervento armato, ma che, letta senza furori bellici, somiglia più a un avvertimento che a un incitamento: se trasformi ogni problema in un conflitto da vincere, finisci per vivere in uno stato di guerra permanente, interna ed esterna. È una diagnosi, non una ricetta di vita. In mezzo, tra Erasmo e Machiavelli, ci siamo noi. Noi che ci diciamo “contro la guerra” purché il nostro conto in banca resti al riparo dalle conseguenze, purché il prezzo del carburante non salga troppo, purché il dolore resti oltre il confine, oltre il mare, oltre il telegiornale delle venti. Un pacifismo a bassa intensità, che non costa niente e infatti vale pochissimo. La pace, se prendiamo sul serio chi la pensava quando le piazze erano ancora piene di armature, non è un sentimento ma un mestiere. È diritto internazionale, è educazione, è fatica di parole al posto dei proiettili, è istituzioni costruite apposta per rallentare l’istinto di chi vuol “risolvere” con le armi ciò che non sa affrontare con il pensiero. È la scelta deliberata di non trasformare ogni torto in casus belli, ogni paura in bersaglio, ogni confine in trincea. La guerra, al contrario, è facilità. È la scorciatoia di chi non ha più argomenti. Non richiede immaginazione, richiede solo tecnologia. È il luogo in cui l’intelligenza smette di creare possibilità e comincia a fabbricare armi. E alla fine, quando i numeri delle vittime saranno diventati abbastanza grandi da non stare più in un servizio di cronaca, qualcuno citerà Erasmo per l’ennesima volta: “Dalla guerra è più difficile venir fuori che da qualsiasi altra cosa”.
Poi si ricomincerà, altrove.
Forse il minimo che possiamo fare, noi che la guerra la guardiamo soltanto filtrata da uno schermo, è smettere di lasciarci sedurre dalla sua estetica. Non chiamare “necessario” ciò che è solo comodo per chi comanda. Non confondere il coraggio con l’obbedienza cieca. Non usare la parola “pace” come pausa tra due bombardamenti.
Un giorno, quando scorrerai ancora le notizie alla sera, ti capiterà forse di ricordare che qualcuno, secoli fa, provò a dirci che la guerra piace solo a chi non la conosce e che persino la pace più storta è preferibile al più “giusto” dei massacri. Quel giorno, invece di cambiare canale, potresti almeno fare una cosa piccolissima e ostinata: non crederci più sulla parola, a chi ti chiede armi promettendo future paci splendenti. Guardare dietro l’apparenza, oltre le luci dello studio televisivo, verso quelle ombre che la regia non inquadra mai. È da lì che bisognerebbe cominciare a essere pacifisti: non dall’hashtag, ma dallo sguardo.

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