Restare allievi del proprio lavoro…

Ci sono mestieri che vivono di novità continua e mestieri che, almeno in apparenza, sembrano fatti per ripetersi. Insegnare appartiene alla seconda categoria: ogni settembre il programma è più o meno lo stesso, i capitoli del libro hanno lo stesso ordine, le verifiche assomigliano alle verifiche, le circolari si somigliano tra loro come fotocopie sbiadite. Sulla carta, il docente è quella figura che entra in classe a fare, per trent’anni, “sempre le stesse cose”.
Poi c’è la realtà, che è più ostinata delle schede ministeriali.
La verità è che, se decidi di prendere sul serio questo lavoro, insegnare non è mai davvero ripetere. È come tornare ogni giorno sulla stessa strada e accorgerti che la luce non è mai identica: una volta è controluce, una volta piove, una volta c’è vento, una volta passi con qualcuno che ti fa notare un dettaglio che avevi sotto gli occhi da anni e non avevi mai visto. Il programma è fisso, ma chi lo attraversa no. E se ti limiti a ripetere, a “rifare quello dell’anno scorso”, il primo a spegnersi sei tu. Per questo, ogni anno, mi impongo una piccola disciplina: affrontare gli stessi argomenti da un punto di vista diverso e concedermi qualche deviazione “fuori dalle indicazioni nazionali”. Non per ribellione sterile, ma per sopravvivenza intellettuale. Perché se smetto di imparare io, non posso pretendere di insegnare davvero qualcosa a qualcun altro. È una questione di onestà professionale, prima ancora che di metodologia didattica. Quando apro un capitolo che ho spiegato decine di volte, mi chiedo: cosa c’è qui che io stesso non ho ancora capito fino in fondo? Quale collegamento non ho mai esplicitato? Quale esempio reale, quale storia, quale problema nuovo può costringermi a rielaborare, a ricostruire, a non andare in modalità “pilota automatico”? È lì che entrano in gioco gli argomenti “fuori programma”: una digressione sulla storia di un’idea, un cenno a una tecnologia che nel libro non c’è, un problema aperto, una domanda che non ha risposta univoca.
A volte basta pochissimo: una dimostrazione fatta in un altro modo, un modello fisico portato in classe, un frammento di intervista a uno scienziato, una pagina di letteratura letta dove ci aspetteremmo solo numeri o formule. Dal punto di vista strettamente burocratico, nessuno verrà mai a controllare se ho speso dieci minuti per parlare di qualcosa che non è testualmente riportato nel curricolo. Dal punto di vista formativo, però, è in quei dieci minuti che spesso si accende la curiosità vera.
Questa esigenza non nasce nel vuoto. Nasce anche – e forse soprattutto – dal fatto che io stesso ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che non si sono limitati a “svolgere il programma”. Non erano tipi accomodanti, tutt’altro: competenti, rigorosi, esigenti. A volte persino spigolosi. Ma avevano una caratteristica che li rende ancora oggi, a distanza di anni, perfettamente nitidi nella memoria: la capacità di accendere qualcosa, di spostare il baricentro dalla sopravvivenza al voto alla curiosità per l’argomento. Non ricordo il dettaglio di tutte le lezioni che hanno fatto, ma ricordo benissimo il modo in cui riuscivano a tenere insieme rigore e originalità. Il teorema andava dimostrato correttamente, non c’erano sconti; però, prima o dopo la dimostrazione, arrivava una frase, un esempio, un collegamento inaspettato che rendeva quel teorema qualcosa che aveva a che fare con il mondo, con la storia delle idee, con la vita delle persone. Non era folklore: era un modo di dire “questo che stiamo facendo non è un esercizio di stile, è un pezzo di realtà visto attraverso un certo linguaggio”. Da loro ho imparato che la competenza senza passione si trasforma in formalismo vuoto, e la passione senza competenza si riduce a intrattenimento effimero. L’insegnamento, quando funziona, è un equilibrio instabile tra queste due forze: è l’amore per la disciplina tenuto in piedi da una tecnica solida, e un rigore metodologico attraversato da scatti di creatività, da deviazioni insolite, da domande scomode. Riproporti ogni anno le stesse cose senza cambiare lo sguardo è un modo elegante per smettere di imparare. All’inizio non te ne accorgi: ti dici che è efficienza, che hai già tutto pronto, che sarebbe uno spreco di tempo rimettere mano a slide e appunti. Poi, lentamente, inizi a sottrarre curiosità agli argomenti; li dai per scontati, li esponi in modo corretto ma spento, come chi recita un copione imparato a memoria e non ci entra più dentro. Gli studenti se ne accorgono prima di te: sentono che la lezione “funziona”, ma non scalda. È il momento esatto in cui l’insegnamento smette di essere mestiere vivo e diventa amministrazione di contenuti. Per evitarlo, l’unica strada che conosco è questa: costringermi a rimanere, io per primo, in posizione di apprendimento. Non serve stravolgere tutto, non è una rivoluzione permanente. È un lavoro di microvariazioni: cambiare l’ordine con cui propongo gli argomenti, introdurre un problema reale prima della teoria, dare agli studenti un pezzo di responsabilità in più nel costruire una parte del percorso. E, soprattutto, permettermi qualche “scarto laterale”: quei momenti in cui dico esplicitamente “questo non è nel programma, ma ci serve per capire da dove viene quello che stiamo studiando, o dove potrebbe portarci”. Paradossalmente, sono proprio quei fuori-programma mirati che restituiscono senso al programma. Gli indicatori nazionali definiscono una soglia, una mappa minima; ma non dicono come devi attraversarla, né ti vietano di guardare oltre l’orizzonte. È in quello spazio di libertà che si misura, credo, l’amore per questo lavoro: nel rifiuto tranquillo della pura esecuzione, nel desiderio di rimettere in gioco ogni anno le stesse cose come se fossero nuove, perché nuove lo sono davvero, almeno per chi le incontra per la prima volta. Alla fine, la domanda è semplice e scomoda: posso parlare di passione per l’insegnamento se io per primo ho smesso di studiare? Posso chiedere ai ragazzi di essere curiosi, di faticare, di fare domande, se la mia giornata professionale è costruita per evitare qualsiasi fatica intellettuale in più rispetto allo stretto necessario? La risposta, per me, è no. E non è una questione morale astratta: è una questione di coerenza. Se voglio che la mia autorevolezza non sia solo una conseguenza del ruolo, devo continuare a mettere alla prova le mie conoscenze, le mie abitudini, le mie spiegazioni.
Ci sono giorni in cui riesce bene e giorni in cui torno a casa con la sensazione di aver fatto solo “lezione di manutenzione”, di aver tenuto in piedi il sistema senza davvero farlo avanzare. Fa parte del gioco. Ma finché dentro resta quella piccola inquietudine – quel senso che si potrebbe spiegare meglio, collegare diversamente, capire di più – allora forse sono ancora dalla parte giusta della cattedra: quella di chi non si accontenta. Forse è questo, in fondo, l’eredità più preziosa di quei miei insegnanti che hanno saputo accendere in me curiosità e passione con competenza, rigore e un’inattesa originalità: mi hanno mostrato che il modo più serio di prendere sul serio il proprio mestiere è non smettere mai di esserne allievi. E che, in un lavoro potenzialmente ripetitivo come il nostro, la vera differenza non la fa il programma, ma lo sguardo di chi lo attraversa ogni anno come se fosse, ancora una volta, la prima.

La stanza dei bottoni…

Ci penso spesso, ai bottoni.
Non quelli della camicia, né quelli dei telecomandi, che già sarebbe un bel mistero pure quello, come mai ci sono sempre tre tasti che non userai mai e proprio quello che ti serve smette di funzionare.
No, penso ai bottoni veri, quelli che, nella mitologia civile, “se li schiacci, cambi il mondo”.
Da piccoli ce li immaginiamo in alto. In qualche palazzo lontano, dentro una stanza con il tavolo lucido e le sedie pesanti. Ce li figuriamo lì: i bottoni, le leve, i pannelli di controllo. Gente in giacca e cravatta che decide il nostro destino girando manopole, approvando articoli, firmando decreti.
Ci cresciamo, con questa immagine addosso: se vuoi davvero cambiare le cose, devi arrivare lassù. Nella stanza dei bottoni.
Poi passi gli anni, fai in tempo a un po’ di entusiasmi e a un bel po’ di delusioni, e all’improvviso ti viene il sospetto che quella stanza, così come l’hai immaginata, non esista davvero. O, se esiste, non è attrezzata come pensavi tu: non ha bottoni, ha solo gente seduta che cerca di capire dove scaricare il prossimo problema.
Intanto, i tasti che ti hanno davvero spostato la vita erano altrove. Non su un pannello ministeriale, ma in cucina, a un tavolo di formica, negli occhi di tuo figlio che ti chiede di fare un po’ di moto o di evitare quel cibo grasso.
Lì, senza codici penali, senza gazzette ufficiali, senza slogan, un singolo sguardo ha fatto più politica dei comizi, dei talk-show e delle campagne elettorali messe insieme.

C’è una domanda che torna, ostinata: ma chi siamo, noi, per pretendere di “aggiustare il mondo”?
Se ci guardiamo da vicino, senza trucco, facciamo impressione. Non perché siamo cattivi – che pure ognuno ha la sua quota di cattiverie minute – ma per quanto siamo fragili, pigri, pieni di piccole abitudini intoccabili.
Mangiamo, lavoriamo il necessario, ci lamentiamo il doppio, scorriamo notizie, ci indigniamo a ditate sul vetro, poi torniamo ai fatti nostri. Per tenere in piedi questa giostra quotidiana servono ogni giorno le braccia di altri: chi pulisce la strada, chi ci passa lo scontrino, chi ci porta un pacco, chi pianta alberi che non vedrà crescere. E noi, da quel piedistallo traballante, annunciamo che “adesso cambiamo tutto”. Se c’è un momento di onestà, un minimo, ti si gela qualcosa dentro: ti viene da chiederti come ti è venuta, l’idea che tu, proprio tu, possa “salvare” qualcuno.
Non è una resa, questa. È un punto di partenza più decente.
Perché forse il problema non è che siamo troppo piccoli per cambiare le cose; è che abbiamo raccontato la grandezza dalla parte sbagliata. L’abbiamo misurata in visibilità, in poltrone, in microfoni, e abbiamo dimenticato che si può essere enormi anche stando in un angolo del mondo, facendo benissimo una cosa piccola.

C’è poi un altro inganno elegante, molto in voga: quello di cambiare il mondo… cambiando indirizzo ai problemi.
La scena è sempre quella: ci si riempie la bocca di parole grosse – sostenibilità, etica, giustizia, futuro – e poi, quando si tratta di decidere dove mettere davvero i rifiuti, letteralmente, si fa così: si prende il sacco del pattume da casa nostra e lo si porta in cortile da qualcun altro.
Tu resti con la coscienza linda, il cassonetto sotto casa che profuma di lavanda, e in un altro posto, abbastanza lontano perché non ti disturbi, qualcuno respira quello che tu non vuoi respirare. A te basta che non si veda. Che non capiti nel tuo quartiere, nel tuo Comune, nel tuo Paese. L’aria, la salute, la fatica degli altri non entra nel conto. L’importante è poter dire “qui no”.
È una specie di ecologia di confine: dentro il mio perimetro sono virtuoso, fuori arrangiatevi. Solo che il mondo non finisce dove finisce la nostra mappa mentale. La nube che esce da un camino lontano non chiede la carta d’identità prima di passare. Se il tuo cambiamento peggiora la vita di qualcuno che non vedi, non hai cambiato le cose. Hai solo spostato l’ingiustizia fuori dall’inquadratura.

Un’altra scorciatoia che conosciamo bene è la mitologia del nemico.
Da trent’anni ci raccontiamo che il problema sia sempre “uno”: un volto, un cognome, un mostro comodo da mettere in copertina. È rassicurante: se tutto va male è perché c’è lui, il supercattivo di turno. Basta abbattere quello, e il resto verrà da sé. Da ragazzi ci ridi, ti sembra una forma di ironia, persino di resistenza. Ti ritrovi a compilare mentalmente classifiche macabre sulla “morte del politico che ti sta più antipatico”, come se fosse una specie di sport nazionale, e pensi che sia solo satira. Poi gli anni passano, qualcuno di quei volti muore davvero, la storia gira pagina e ti resta addosso una sensazione amara: che eri tu, allora, ad essere ridicolo. Che non c’era nulla di liberatorio nel desiderare la scomparsa di un uomo; c’era, semmai, la paura di guardare tutto il resto, tutte le volte in cui non hai fatto niente quando avresti potuto farlo tu, senza nemici né complotti.
La verità è più banale e più crudele: anche se domani scomparisse il “cattivo assoluto”, resterebbero in piedi esattamente le stesse dinamiche – la pigrizia, l’avidità, la viltà, la paura – solo con altri volti. Al posto di chiederci chi dobbiamo abbattere, forse dovremmo chiederci come usiamo, ciascuno, il pezzetto minuscolo di potere che abbiamo: su un collega, su uno studente, su un figlio, su qualcuno che dipende da noi più di quanto immaginiamo.

In mezzo a tutto questo – potere, debolezza, nemici, bottoni – c’è una parola che non sappiamo più maneggiare: sacro. Non nel senso di dogmi e cattedrali, ma nel senso dei secondi in cui la realtà ti prende per la giacca e ti dice: “Ehi, sono qui”.
Capita in momenti ridicoli, in cose così minuscole che quasi ti vergogni a raccontarle. Quando rientri a casa e senti odore di sapone di Marsiglia perché i panni sono stesi, e per un attimo ti sembra che il mondo intero profumi di bucato. Quando, a vent’anni, bevi il primo vino della stagione e ti pare un succo di frutta allegro, e non sai ancora che la vita, con gli anni, diventerà molto meno leggera di così. Quando apparecchi solo per te e ti sorprendi a fare comunque attenzione a come metti il piatto, come se dovesse arrivare qualcuno.
Quando senti la tua voce e, in una sillaba storta, o un intercalare che ti appartiene, riconosci quella di tuo padre. Quando, dietro una curva in salita, ti aspetta un mare di lucciole e non è normale, tutta quella luce: dev’essere successo qualcosa, pensi, senza sapere cosa.
Sono istanti in cui il mondo ti ricorda che non sei il centro di niente, eppure sei dentro qualcosa che ti supera e che ti vuole vivo.
La politica, se vuole avere senso, dovrebbe partire da lì: dalla consapevolezza della nostra ridicola piccolezza e della nostra enorme possibilità di ferire o di custodire gli altri nelle cose minime, nei frammenti di giornate che non finiranno mai su un giornale.

Poi c’è quel potere che non sappiamo proprio spiegare: il perdono. È la cosa più scandalosa che possa accadere in una storia umana: qualcuno che hai ferito nel modo peggiore possibile, oltre ogni riparazione, decide di non cancellarti. Ti cerca, ti ascolta, ti parla, ti offre una possibilità di non restare inchiodato per sempre al tuo peggiore gesto. Da fuori sembra una follia. Sembra ingiusto nei confronti della vittima, sembra troppo poco nei confronti della colpa. Eppure, se ci pensi, è forse l’unico modo per non restare prigionieri del male subito. È una operazione chirurgica sulla memoria: non nega la ferita, non la minimizza, non la dimentica; la attraversa, e da quel punto in avanti smette di farne l’unica definizione possibile di chi sei.
Ci sono persone che, dopo aver perso tutto per mano di qualcuno, riescono a dire: “Devi poter tornare a vivere”.
Sono parole che sbriciolano tutte le nostre retoriche sulla giustizia come vendetta ben confezionata. Davanti a storie così capisci che cambiare davvero le cose non significa vincere una battaglia culturale sui social, ma smettere di far coincidere l’altro con il suo errore, anche quando l’errore ha un nome che ti ha distrutto la vita.

E allora si arriva lì, all’affermazione più banale e imbarazzante che si possa immaginare, quella che si usa con i bambini e che, pronunciata da adulti, fa arrossire:
bisogna provare a essere buoni.
Non migliori degli altri, non “dalla parte giusta”, non irreprensibili. Solo un po’ più buoni di ieri, nella misura minima ma reale che ci è data.mBuoni significa trattenere la parola che ferisce quando potresti tranquillamente dirla.
Significa non scaricare sui soliti lontani – geograficamente, economicamente, socialmente – il prezzo delle tue scelte comode.
Significa, quando ti scopri a odiare un volto pubblico con gusto quasi estetico, fermarti un secondo a chiederti cosa stai alleggerendo dentro di te buttando tutto lì sopra.
Significa ricordarsi che la persona su cui hai potere – un figlio, un allievo, un anziano, un dipendente – sta leggendo il mondo da come tu eserciti quel potere su di lei. Non è una strategia politica, non è un programma di governo, non è un piano quinquennale. È infinitamente meno di tutto questo, e per questo, forse, è l’unica cosa che abbiamo davvero in mano.

Forse i bottoni non sono mai stati in quella stanza lontana che ci raccontano da bambini. Forse sono sempre stati sparpagliati qui, nei nostri gesti, nelle nostre omissioni, nelle nostre stanchezze. Nelle volte in cui scegliamo di non aggiungere altro odio al mucchio, nelle volte in cui decidiamo di non esportare altrove la spazzatura che non vogliamo vedere, nelle volte in cui ci lasciamo sconvolgere da un perdono che non meritiamo.
Non cambieremo la traiettoria del pianeta, probabilmente. Non entreremo nei libri di storia.
Ma, bene che vada, abbiamo questo: una vita rotonda, umida, affollata, una manciata di anni, e un pannellino di comandi traballante che è il nostro carattere.
Ogni gesto è un interruttore. Ogni scelta accende o spegne qualcosa in qualcuno. E in un mondo dove tutti sembrano impegnati a cercare il prossimo nemico da maledire, forse l’unica rivoluzione sensata è questa: ricordarsi che siamo fragili, ridicoli, incompiuti, e decidere lo stesso, ostinatamente, di tenere il dito pronto sul bottone più semplice e più difficile di tutti. Quello che, senza luci né fanfare, dice solo: oggi, se posso, cerco di essere un po’ più buono.