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La stanza dei bottoni…

Ci penso spesso, ai bottoni.
Non quelli della camicia, né quelli dei telecomandi, che già sarebbe un bel mistero pure quello, come mai ci sono sempre tre tasti che non userai mai e proprio quello che ti serve smette di funzionare.
No, penso ai bottoni veri, quelli che, nella mitologia civile, “se li schiacci, cambi il mondo”.
Da piccoli ce li immaginiamo in alto. In qualche palazzo lontano, dentro una stanza con il tavolo lucido e le sedie pesanti. Ce li figuriamo lì: i bottoni, le leve, i pannelli di controllo. Gente in giacca e cravatta che decide il nostro destino girando manopole, approvando articoli, firmando decreti.
Ci cresciamo, con questa immagine addosso: se vuoi davvero cambiare le cose, devi arrivare lassù. Nella stanza dei bottoni.
Poi passi gli anni, fai in tempo a un po’ di entusiasmi e a un bel po’ di delusioni, e all’improvviso ti viene il sospetto che quella stanza, così come l’hai immaginata, non esista davvero. O, se esiste, non è attrezzata come pensavi tu: non ha bottoni, ha solo gente seduta che cerca di capire dove scaricare il prossimo problema.
Intanto, i tasti che ti hanno davvero spostato la vita erano altrove. Non su un pannello ministeriale, ma in cucina, a un tavolo di formica, negli occhi di tuo figlio che ti chiede di fare un po’ di moto o di evitare quel cibo grasso.
Lì, senza codici penali, senza gazzette ufficiali, senza slogan, un singolo sguardo ha fatto più politica dei comizi, dei talk-show e delle campagne elettorali messe insieme.

C’è una domanda che torna, ostinata: ma chi siamo, noi, per pretendere di “aggiustare il mondo”?
Se ci guardiamo da vicino, senza trucco, facciamo impressione. Non perché siamo cattivi – che pure ognuno ha la sua quota di cattiverie minute – ma per quanto siamo fragili, pigri, pieni di piccole abitudini intoccabili.
Mangiamo, lavoriamo il necessario, ci lamentiamo il doppio, scorriamo notizie, ci indigniamo a ditate sul vetro, poi torniamo ai fatti nostri. Per tenere in piedi questa giostra quotidiana servono ogni giorno le braccia di altri: chi pulisce la strada, chi ci passa lo scontrino, chi ci porta un pacco, chi pianta alberi che non vedrà crescere. E noi, da quel piedistallo traballante, annunciamo che “adesso cambiamo tutto”. Se c’è un momento di onestà, un minimo, ti si gela qualcosa dentro: ti viene da chiederti come ti è venuta, l’idea che tu, proprio tu, possa “salvare” qualcuno.
Non è una resa, questa. È un punto di partenza più decente.
Perché forse il problema non è che siamo troppo piccoli per cambiare le cose; è che abbiamo raccontato la grandezza dalla parte sbagliata. L’abbiamo misurata in visibilità, in poltrone, in microfoni, e abbiamo dimenticato che si può essere enormi anche stando in un angolo del mondo, facendo benissimo una cosa piccola.

C’è poi un altro inganno elegante, molto in voga: quello di cambiare il mondo… cambiando indirizzo ai problemi.
La scena è sempre quella: ci si riempie la bocca di parole grosse – sostenibilità, etica, giustizia, futuro – e poi, quando si tratta di decidere dove mettere davvero i rifiuti, letteralmente, si fa così: si prende il sacco del pattume da casa nostra e lo si porta in cortile da qualcun altro.
Tu resti con la coscienza linda, il cassonetto sotto casa che profuma di lavanda, e in un altro posto, abbastanza lontano perché non ti disturbi, qualcuno respira quello che tu non vuoi respirare. A te basta che non si veda. Che non capiti nel tuo quartiere, nel tuo Comune, nel tuo Paese. L’aria, la salute, la fatica degli altri non entra nel conto. L’importante è poter dire “qui no”.
È una specie di ecologia di confine: dentro il mio perimetro sono virtuoso, fuori arrangiatevi. Solo che il mondo non finisce dove finisce la nostra mappa mentale. La nube che esce da un camino lontano non chiede la carta d’identità prima di passare. Se il tuo cambiamento peggiora la vita di qualcuno che non vedi, non hai cambiato le cose. Hai solo spostato l’ingiustizia fuori dall’inquadratura.

Un’altra scorciatoia che conosciamo bene è la mitologia del nemico.
Da trent’anni ci raccontiamo che il problema sia sempre “uno”: un volto, un cognome, un mostro comodo da mettere in copertina. È rassicurante: se tutto va male è perché c’è lui, il supercattivo di turno. Basta abbattere quello, e il resto verrà da sé. Da ragazzi ci ridi, ti sembra una forma di ironia, persino di resistenza. Ti ritrovi a compilare mentalmente classifiche macabre sulla “morte del politico che ti sta più antipatico”, come se fosse una specie di sport nazionale, e pensi che sia solo satira. Poi gli anni passano, qualcuno di quei volti muore davvero, la storia gira pagina e ti resta addosso una sensazione amara: che eri tu, allora, ad essere ridicolo. Che non c’era nulla di liberatorio nel desiderare la scomparsa di un uomo; c’era, semmai, la paura di guardare tutto il resto, tutte le volte in cui non hai fatto niente quando avresti potuto farlo tu, senza nemici né complotti.
La verità è più banale e più crudele: anche se domani scomparisse il “cattivo assoluto”, resterebbero in piedi esattamente le stesse dinamiche – la pigrizia, l’avidità, la viltà, la paura – solo con altri volti. Al posto di chiederci chi dobbiamo abbattere, forse dovremmo chiederci come usiamo, ciascuno, il pezzetto minuscolo di potere che abbiamo: su un collega, su uno studente, su un figlio, su qualcuno che dipende da noi più di quanto immaginiamo.

In mezzo a tutto questo – potere, debolezza, nemici, bottoni – c’è una parola che non sappiamo più maneggiare: sacro. Non nel senso di dogmi e cattedrali, ma nel senso dei secondi in cui la realtà ti prende per la giacca e ti dice: “Ehi, sono qui”.
Capita in momenti ridicoli, in cose così minuscole che quasi ti vergogni a raccontarle. Quando rientri a casa e senti odore di sapone di Marsiglia perché i panni sono stesi, e per un attimo ti sembra che il mondo intero profumi di bucato. Quando, a vent’anni, bevi il primo vino della stagione e ti pare un succo di frutta allegro, e non sai ancora che la vita, con gli anni, diventerà molto meno leggera di così. Quando apparecchi solo per te e ti sorprendi a fare comunque attenzione a come metti il piatto, come se dovesse arrivare qualcuno.
Quando senti la tua voce e, in una sillaba storta, o un intercalare che ti appartiene, riconosci quella di tuo padre. Quando, dietro una curva in salita, ti aspetta un mare di lucciole e non è normale, tutta quella luce: dev’essere successo qualcosa, pensi, senza sapere cosa.
Sono istanti in cui il mondo ti ricorda che non sei il centro di niente, eppure sei dentro qualcosa che ti supera e che ti vuole vivo.
La politica, se vuole avere senso, dovrebbe partire da lì: dalla consapevolezza della nostra ridicola piccolezza e della nostra enorme possibilità di ferire o di custodire gli altri nelle cose minime, nei frammenti di giornate che non finiranno mai su un giornale.

Poi c’è quel potere che non sappiamo proprio spiegare: il perdono. È la cosa più scandalosa che possa accadere in una storia umana: qualcuno che hai ferito nel modo peggiore possibile, oltre ogni riparazione, decide di non cancellarti. Ti cerca, ti ascolta, ti parla, ti offre una possibilità di non restare inchiodato per sempre al tuo peggiore gesto. Da fuori sembra una follia. Sembra ingiusto nei confronti della vittima, sembra troppo poco nei confronti della colpa. Eppure, se ci pensi, è forse l’unico modo per non restare prigionieri del male subito. È una operazione chirurgica sulla memoria: non nega la ferita, non la minimizza, non la dimentica; la attraversa, e da quel punto in avanti smette di farne l’unica definizione possibile di chi sei.
Ci sono persone che, dopo aver perso tutto per mano di qualcuno, riescono a dire: “Devi poter tornare a vivere”.
Sono parole che sbriciolano tutte le nostre retoriche sulla giustizia come vendetta ben confezionata. Davanti a storie così capisci che cambiare davvero le cose non significa vincere una battaglia culturale sui social, ma smettere di far coincidere l’altro con il suo errore, anche quando l’errore ha un nome che ti ha distrutto la vita.

E allora si arriva lì, all’affermazione più banale e imbarazzante che si possa immaginare, quella che si usa con i bambini e che, pronunciata da adulti, fa arrossire:
bisogna provare a essere buoni.
Non migliori degli altri, non “dalla parte giusta”, non irreprensibili. Solo un po’ più buoni di ieri, nella misura minima ma reale che ci è data.mBuoni significa trattenere la parola che ferisce quando potresti tranquillamente dirla.
Significa non scaricare sui soliti lontani – geograficamente, economicamente, socialmente – il prezzo delle tue scelte comode.
Significa, quando ti scopri a odiare un volto pubblico con gusto quasi estetico, fermarti un secondo a chiederti cosa stai alleggerendo dentro di te buttando tutto lì sopra.
Significa ricordarsi che la persona su cui hai potere – un figlio, un allievo, un anziano, un dipendente – sta leggendo il mondo da come tu eserciti quel potere su di lei. Non è una strategia politica, non è un programma di governo, non è un piano quinquennale. È infinitamente meno di tutto questo, e per questo, forse, è l’unica cosa che abbiamo davvero in mano.

Forse i bottoni non sono mai stati in quella stanza lontana che ci raccontano da bambini. Forse sono sempre stati sparpagliati qui, nei nostri gesti, nelle nostre omissioni, nelle nostre stanchezze. Nelle volte in cui scegliamo di non aggiungere altro odio al mucchio, nelle volte in cui decidiamo di non esportare altrove la spazzatura che non vogliamo vedere, nelle volte in cui ci lasciamo sconvolgere da un perdono che non meritiamo.
Non cambieremo la traiettoria del pianeta, probabilmente. Non entreremo nei libri di storia.
Ma, bene che vada, abbiamo questo: una vita rotonda, umida, affollata, una manciata di anni, e un pannellino di comandi traballante che è il nostro carattere.
Ogni gesto è un interruttore. Ogni scelta accende o spegne qualcosa in qualcuno. E in un mondo dove tutti sembrano impegnati a cercare il prossimo nemico da maledire, forse l’unica rivoluzione sensata è questa: ricordarsi che siamo fragili, ridicoli, incompiuti, e decidere lo stesso, ostinatamente, di tenere il dito pronto sul bottone più semplice e più difficile di tutti. Quello che, senza luci né fanfare, dice solo: oggi, se posso, cerco di essere un po’ più buono.

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