
Ogni volta che il nome di Pasolini torna in un’aula di giustizia, succede una cosa strana: abbiamo l’impressione di parlare di un delitto, e invece stiamo parlando di noi. Di come questo Paese gestisce la memoria, il dissenso, la scomodità. Sono passati cinquant’anni abbondanti da quella notte all’Idroscalo, e ancora oggi qualcuno bussa alla porta della Procura chiedendo, con ostinazione quasi testarda: “Guardateci meglio”. Non è la prima volta, non sarà forse l’ultima. Il fascicolo è stato archiviato, riaperto, richiesto di nuovo, respinto, rilanciato. Si aggiungono dettagli, immagini d’archivio, analisi più raffinate, letture “unitarie” di indizi vecchi e nuovi; ma il punto, alla fine, è uno solo: è davvero credibile che quella notte ci fosse un solo colpevole, un diciassettenne lasciato da solo con il peso di un massacro sulle spalle? Non è solo una curiosità da giallo irrisolto. Delitti senza soluzione definitiva ce ne sono tanti, e non tornano a ondate regolari nei talk show, nei convegni, nelle interrogazioni parlamentari. Il caso Pasolini sì. Perché non riguarda soltanto “chi ha colpito” e “quante persone c’erano”, ma che cosa stava facendo, dicendo, scrivendo quell’uomo negli anni in cui è stato ucciso. E quanto di quell’ombra non abbiamo mai voluto davvero vedere.
Pasolini era troppe cose contemporaneamente: poeta, regista, intellettuale marxista, omosessuale dichiarato in un Paese che ancora faticava a pronunciare la parola; uno che attaccava tanto la borghesia quanto il partito, tanto il potere economico quanto quello culturale. Era un corpo estraneo per definizione. Non apparteneva a nessuna chiesa, e tutte le chiese – politiche, ideologiche, morali – si sono sentite legittimate a rivendicarlo dopo la sua morte, ma molto meno a difenderlo mentre era vivo. Forse è anche per questo che la sua morte non trova pace. Un intellettuale così, se muore di malattia, diventa subito “classico”: lo si sistema sugli scaffali giusti, si preparano convegni, anniversari, edizioni commentate, e si può continuare a non ascoltarlo davvero. Se invece viene ammazzato in modo brutale, in un luogo periferico, con una dinamica sporca, improvvisa, meschina, il suo corpo entra per sempre in conflitto con il desiderio tutto italiano di mettere le cose in ordine. Non basta il rito processuale, non basta una sentenza con un nome e un cognome. Quel cadavere resta lì, come un punto interrogativo piantato nella sabbia.
Le nuove richieste di riaprire il caso, a ben vedere, nascono da qui. Certo, ci sono le relazioni tecniche, i fotogrammi del telegiornale d’epoca, le perizie sui reperti, perfino le analisi sul Dna comparso molti anni dopo sui vestiti e sull’auto. Ci sono le ritrattazioni di Pelosi, le sue versioni che cambiano dopo decenni, le voci che parlano di più aggressori, magari legati a ambienti politici, criminali, o tutti e due insieme. Ma accanto al piano strettamente giudiziario ce n’è un altro, silenzioso, che riguarda la coscienza collettiva. Ogni volta che qualcuno dice “Pelosi non era solo”, sta dicendo anche: “Neppure Pasolini era solo”. Non lo era nei suoi bersagli polemici, nelle sue denunce, nella materia incandescente che maneggiava. Non lo era nella stagione storica che attraversava, tra stragi, trame nere, servizi segreti, pezzi di Stato che trattavano con pezzi di criminalità. Inserire il suo corpo massacrato in questo paesaggio non è un gioco di complottismo creativo: è riconoscere che quell’omicidio si colloca in un’epoca che ha prodotto molti morti “scomodi”, e poche verità complete. E tuttavia c’è un rischio, sempre lo stesso: trasformare Pasolini in un feticcio del sospetto. Alimentare un culto del “mistero italiano” che alla fine ci rassicura, perché sposta il discorso su un terreno nebuloso, dove tutto è possibile e niente è dimostrabile. Un grande complotto, se non lo prendi sul serio fino in fondo, è paradossalmente comodo: ti permette di indignarti senza assumerti la fatica di leggere, studiare, ricostruire, distinguere. Ti dà un colpevole invisibile, che non ha volto e non ha responsabilità giuridica, quindi non chiede cambiamenti reali. Il lavoro di chi chiede oggi di riaprire le indagini, se vuole essere onesto, dovrebbe andare nella direzione opposta: meno mito, più metodo. Non “Pasolini come enigma eterno”, ma “Pasolini come caso che merita lo stesso rigore di qualunque altro fascicolo penale”, con in più il peso – enorme – della sua figura pubblica. Nuove immagini, nuove tecniche forensi, letture incrociate di testimonianze e reperti possono forse limare qualche zona d’ombra, smentire versioni troppo comode, ricostruire presenza e ruoli di chi quella notte c’era davvero. Non è detto che basti per un nuovo processo, e in parte lo sappiamo già: la Procura ha più volte ritenuto insufficienti gli elementi per riaprire, e il tempo, che in letteratura è galantuomo, nel processo è spesso il peggior nemico.
Ma non è solo un problema di carte. È che ogni volta che torniamo su quel corpo all’Idroscalo, siamo costretti a domandarci che cosa facciamo, oggi, con gli intellettuali scomodi. Non quelli che recitano la parte del “maledetto” a favore di telecamera, ma quelli che mettono in discussione le narrazioni di comodo: di destra, di sinistra, del mercato, dell’informazione. Li ascoltiamo davvero o li archiviamo con la stessa fretta con cui, a suo tempo, si è avuto bisogno di chiudere una vicenda giudiziaria che imbarazzava tutti? In fondo il delitto Pasolini continua a tornare perché tocca un nervo scoperto: la nostra incapacità cronica di fare i conti con il conflitto. Con l’idea che qualcuno possa guardare il Paese e dire “così non va” senza chiedere permesso, senza addolcire il linguaggio, senza portare la tessera giusta in tasca. Uccidere fisicamente chi disturba è l’estremo di questa incapacità; ma il passo precedente, più frequente e più tranquillo, è lasciarlo solo, isolarlo, ridurlo a caricatura mentre è vivo e a santino quando è morto. Forse, allora, le istanze di riapertura non parlano solo alla Procura: parlano a noi. Dicono che c’è una distanza tra “verità processuale” e “verità storica” che non possiamo colmare solo con un timbro su un fascicolo. Che possiamo accettare che la giustizia penale abbia fatto tutto quello che poteva, e allo stesso tempo continuare a interrogarci sui contesti, sui mandanti morali, sui climi d’odio e di disprezzo che rendono possibile, in certe epoche, la morte di uno come Pasolini.
Non è detto che arriverà mai il giorno in cui sapremo “come è andata davvero” nei dettagli. Forse non sapremo mai quanti erano, come si sono mossi, chi ha dato il primo colpo e chi l’ultimo. Ma possiamo decidere che cosa farcene di quella notte del ’75: se usarla come alibi per un eterno romanzo nazionale sul complotto, o come occasione per guardare con più lucidità al rapporto che abbiamo con chi non si allinea.
Alla fine Pasolini resta lì, tra la pagina e la sabbia dell’Idroscalo. Un uomo che ha scritto, filmato, parlato troppo per essere ridotto al ruolo di vittima esemplare. Riaprire il caso, oggi, ha senso solo se serve a tenerlo vivo così: non come martire di un giallo italiano senza soluzione, ma come domanda aperta sulla verità, sulla responsabilità, sulla nostra voglia – o paura – di guardare davvero dove, per decenni, abbiamo preferito non vedere.