
L’Ingegnere, come sempre, fa finta di scherzare. Dice «Supponiamo che un giorno vi facciate una passeggiata a Napoli…» come se stesse impostando un problema di statica, con le ipotesi ordinate in colonna. In realtà, in quelle righe sul Natale a San Gregorio Armeno, fa un’operazione molto più radicale: sposta le coordinate della nascita di Gesù. Da evento unico nella storia a variabile periodica, da Betlemme a Napoli, dalla geografia alla quotidianità.
San Gregorio Armeno è la via dei pastori, certo, ma soprattutto è il luogo in cui il presepe smette di essere una scenografia devota e diventa cronaca. Nel presepe napoletano non c’è solo la Sacra Famiglia: ci sono il macellaio, il fruttivendolo, il pizzaiolo, la signora affacciata al balcone con i panni stesi. C’è la bottiglieria, il barbiere, il banco del pesce. Ogni bottegaia che modella statuine aggiunge un frammento di realtà al racconto sacro, fino a produrre quella sensazione paradossale di cui parla De Crescenzo: dopo un po’ ti convinci che Gesù sia nato davvero “da queste parti”. Il punto non è la geografia. Non è un’operazione campanilistica – «Gesù è nostro». È, al contrario, l’esatto opposto: è la dichiarazione che il sacro, se non diventa “di quartiere”, se non impara il dialetto, resta un racconto lontano, innocuo, sterilizzato. Dire che Gesù è nato a Betlemme una volta sola e a Napoli tutte le altre significa affermare che l’Incarnazione non è un fatto archiviato in un libro di storia delle religioni, ma un principio che pretende di ripetersi, di mischiarsi al disordine del presente. A Betlemme c’è la data, a Napoli c’è il fenomeno.
A Betlemme c’è l’evento irripetibile, a Napoli la sua ostinata ripetizione simbolica.
Ogni anno, in quella strada, si consuma un piccolo esperimento teologico senza teologi: si verifica fino a che punto sia possibile infilare il Divino dentro la vita di tutti i giorni senza che esploda il cortocircuito. E il risultato, puntualmente, è che non esplode nulla. Gesù può nascere accanto al banco delle sfogliatelle, sotto la lampadina al neon di una salumeria in miniatura, a due centimetri di distanza da un Pulcinella o da un Maradona in terracotta. Non perde sacralità; se mai, la riscrive. È questo lo scarto geniale della frase di De Crescenzo. L’Ingegnere vede che il presepe napoletano è una specie di laboratorio in scala della città: un luogo dove coesistono miseria e splendore, ironia e tragedia, bestemmia e preghiera. Se Gesù nasce lì “tutte le altre volte” è perché Napoli si ostina a pensare che la salvezza, se esiste, non possa che passare per i vicoli, per le mani sporche di farina, per le facce storte e rumorose che affollano i suoi presepi e le sue strade.
C’è poi un’altra lettura, più sottile. Dire che Gesù nasce continuamente a Napoli è anche riconoscere che ogni bambino che nasce in una casa umida, in una stanza affacciata sui bassi, è una specie di variazione sul tema di Betlemme: una famiglia precaria, poche sicurezze, molto affidamento sulla provvidenza – chiamatela come vi pare. La mangiatoia, in fondo, è solo il nome antico di un’adolescenza vissuta in spazi stretti, con soldi contati e speranze larghe. Il presepe napoletano è questo: un dispositivo che ricorda, ogni dicembre, che la storia più famosa del mondo comincia in periferia. E Napoli, che periferia di se stessa lo è da sempre, si riconosce in quella sceneggiatura come in uno specchio. Per questo moltiplica le nascite: non si accontenta dell’originale, sente il bisogno di replicarla, di portarla a casa, di dirsi che sì, anche qui, tra una frittura e una statua di San Gennaro, Dio avrebbe potuto scegliere di nascere. In sottofondo, come sempre in De Crescenzo, c’è una fiducia sorridente nell’umanità. L’idea che il Divino, se davvero vuole farsi trovare, non andrà a bussare alle porte dei palazzi istituzionali, ma a quelle dei pianerottoli rumorosi, degli appartamenti con il tavolo sempre apparecchiato per uno in più. E poche città incarnano questa vocazione all’ospitalità, fisica e simbolica, quanto Napoli. Forse, allora, la sua battuta andrebbe rovesciata ancora una volta: Gesù è nato a Betlemme una volta sola, è vero; ma per capire che cosa volesse dire quella nascita, per vedere come si traduce nella vita reale, bisogna farsi una passeggiata a San Gregorio Armeno. Lì non si celebra un ricordo: si allena la possibilità che il sacro, ogni anno, trovi ancora un posto dove nascere. Anche se, guardandolo da vicino, quel posto assomiglia moltissimo a un vicolo stretto con i motorini parcheggiati male.