≡ Menu

Palomar o dell’arte di misurare l’invisibile

Palomar è quell’uomo che va in spiaggia per riposarsi e finisce per contare le onde. Non è una mania: è un tentativo disperato di mettere ordine. Decide che ne osserverà tre, ma poi tre non bastano, perché il mare cambia, la luce cambia, lui stesso cambia fra un’onda e l’altra. Allora alza l’asticella, complica il metodo, affina il criterio. Più il mondo gli sfugge, più lui perfeziona il sistema. È qui, in questa sproporzione tra la grandezza del reale e la minuzia del suo sguardo, che Palomar somiglia terribilmente a noi. Viviamo in un’epoca in cui tutto è misurabile: passi, battiti, clic, minuti di attenzione, pagine lette, ore di sonno. Ci illudiamo che il numero pacifichi l’ansia. Se posso contarlo, allora lo controllo. Eppure, più contiamo, meno capiamo. Palomar lo scopre davanti al mare: la precisione del metodo non salva dall’angoscia del flusso. Calvino affida a questo personaggio un compito impossibile: guardare il mondo fino in fondo, senza sconti, senza scorciatoie sentimentali. Palomar non è un distratto, è l’opposto: è qualcuno che guarda troppo. Un uomo che, invece di “vivere e basta”, sente il dovere di capire che cosa sta succedendo, sempre, ovunque, anche nei gesti più banali. Non riesce a concedersi la leggerezza di un’esperienza che non passi prima attraverso un tentativo di teoria. Per lui ogni scena è un problema ben posto: il mare è un sistema dinamico, il giardino è un laboratorio di ecologia domestica, il supermercato è un trattato vivente sul desiderio e sul consumo. La vita quotidiana diventa una collezione di esperimenti mentali. Palomar osserva, scompone, classifica. Vuole una formula che lo protegga dal disordine. Non perché sia freddo, ma perché è vulnerabile. Dietro l’ossessione per il dettaglio, c’è sempre la stessa domanda: «Come si fa a stare al mondo senza esserne travolti?».
C’è un altro aspetto, più sottile, che rende Palomar scomodo e necessario: la sua è una pedagogia dello sguardo. Guardare, per lui, non è mai un atto innocente. Quando fissa il seno nudo di una donna in spiaggia, non è il pudore a metterlo in crisi, ma la consapevolezza che ogni sguardo è un rapporto di forza: chi guarda, in qualche modo, esercita un potere; chi è guardato, in qualche modo, lo subisce. Palomar tenta la via impossibile di uno sguardo che non possiede, che non invade, che non riduce l’altro a oggetto. È una lezione attualissima, in un mondo in cui siamo continuamente spettatori e, insieme, spettacolo: profili, storie, vetrine permanenti. Abbiamo reso pubblico persino il nostro modo di osservare: like, visualizzazioni, commenti. Palomar, al contrario, mette in scena la fatica di guardare senza trasformare tutto in consumo. Vuole vedere e capire, ma senza ferire. Vuole conoscere senza colonizzare.
Anche gli oggetti, in Palomar, non sono mai solo oggetti. La forma di un formaggio, la disposizione dei prodotti in un negozio, la traiettoria di una lucertola nel giardino: tutto è traccia, indizio, linguaggio. Il mondo parla, ma non in una sola lingua. Ogni tentativo di tradurlo in un unico codice è destinato a fallire. Palomar, che pure continua a provarci, intuisce di essere condannato a una comprensione parziale. È forse qui la sua dignità: non cessa di interrogare il reale, pur sapendo che la risposta completa non arriverà mai. Noi oggi abbiamo sostituito la terrazza di Palomar con uno schermo. Non guardiamo più il mare, ma il flusso di notizie, immagini, video, opinioni. Scrolliamo come lui contava le onde, sperando che da quella sequenza finalmente emerga un disegno, una direzione, un senso. Ma il feed, come il mare, non si lascia chiudere in tre esempi ben scelti. È un continuo che ci sfugge, ci sovrasta, ci stanca. In questo senso Palomar non è un personaggio strambo di un’altra epoca, ma un nostro contemporaneo radicale. Con una differenza: lui si prende il tempo di fermarsi, scegliere un frammento di realtà e guardarlo fino allo sfinimento. Noi, più spesso, saltiamo da un frammento all’altro finché non siamo noi a essere sfiniti. Palomar è lento in un mondo che corre: è un resistente. Alla fine, quello che il libro suggerisce non è una resa, ma una forma di modestia intellettuale. Il mondo non si lascerà mai mettere interamente in riga; non esisterà la formula definitiva per stare al suo passo. Possiamo però allenarci a uno sguardo più cosciente: sapere che ogni osservazione è parziale, ogni schema è provvisorio, ogni teoria è uno dei tanti modi possibili per non annegare nel flusso. Palomar non trova la pace perché ha capito tutto. La trova – quando la trova – nel riconoscere che non capirà mai del tutto. È un uomo che si educa a convivere con l’eccedenza del reale, con la sproporzione tra la sua mente e il mondo. Non smette di guardare, ma smette di pretendere che lo sguardo basti. Solo dopo, magari, scopri che questo signore con il binocolo puntato sulle cose più minute non è mai esistito davvero, se non nelle pagine di un libro. E che a inventarlo è stato Italo Calvino. Il resto, l’inquietudine di cercare un ordine nel caos di ciò che ci circonda, quella purtroppo è tutta nostra.

{ 0 comments… add one }

Rispondi