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Quel treno che una volta abbiamo sentito tutti…

A volte la vita cambia per un rumore che gli altri non sentono. Un fischio di treno, ad esempio. Una cosa minima, anonima, ripetuta mille volte sullo sfondo della città, che per tutti è semplice traffico ferroviario e per uno solo diventa fenditura nella parete del mondo, crepa nella gabbia dove è stato chiuso senza che nessuno lo abbia mai veramente chiesto. In questo scarto infinitesimale tra il rumore per tutti e il richiamo per uno sta già tutto Pirandello, e sta già tutto Belluca. Pirandello, in fondo, non scrive mai storie di pazzi. Scrive storie di uomini che, all’improvviso, non reggono più la finzione. La sua vera ossessione non è la follia, ma la forma: quella specie di stampo sociale, morale, professionale dentro cui veniamo colati pian piano, finché quasi ci dimentichiamo di essere stati, un tempo, materia viva. Belluca è un contabile, e già questo basterebbe: il mestiere più “di forma” che si possa immaginare. Scrive, torna a capo, ricopia, controlla, somma. Nulla a cui appigliarsi per ricordarsi di avere un corpo, un desiderio, un altrove. Quando un uomo viene ridotto a funzione, Pirandello lo sa, non gli resta che la crisi o la rassegnazione. Belluca sceglie, suo malgrado, la crisi. Il punto è che la sua crisi non nasce dal nulla. Non è un cedimento improvviso dei nervi, non è un disturbo da classificare in cartella clinica. Il testo lo suggerisce con lucida crudeltà: prima del fischio, c’è una vita semplicemente disumana. Un lavoro dove i colleghi lo usano come bersaglio per divertirsi, una casa dove gravano su di lui moglie, suocera, cognata cieche, due figlie vedove, sette nipoti. Non è solo il numero a colpire: è il tipo di carico. Belluca è l’uomo invisibile che regge tutti, l’ingranaggio che nessuno vede finché non si rompe. E per continuare a far funzionare questa macchina familiare, assume un secondo lavoro notturno. Lavora di giorno per l’ufficio, di notte per la sopravvivenza dei suoi, e in mezzo non c’è più spazio né per dormire né per esistere. Se lo spostiamo appena nel nostro presente, Belluca lo vediamo subito: è il lavoratore in burnout che regge due impieghi, è il caregiver che si fa carico di tutti, è il precario del terzo millennio che passa da un turno all’altro, da una fattura a una copia, da una scadenza a una richiesta familiare, finché non sa più distinguere il proprio corpo dalla sedia su cui sta seduto. Il miracolo nero di Pirandello è che ci fa vedere tutto questo senza usare mai la parola “ingiustizia”. Non gli serve. Gli basta descrivere. La sproporzione tra la vita che Belluca sopporta e l’assenza totale di sguardi capaci di vederla è già un atto d’accusa contro il mondo. Poi, una sera, il fischio del treno. È un dettaglio quasi insignificante, ma è proprio nella scelta di questo dettaglio che Pirandello mostra la sua precisione. Il treno è movimento, altrove, distanza; è l’idea stessa che la vita possa avere una direzione diversa da quella che si compie ogni giorno nell’ufficio polveroso e nella casa-prigione. Belluca quel treno lo aveva sentito mille volte, ma non lo aveva mai “udito”. La differenza è sottile e decisiva: l’orecchio esterno percepisce un suono, l’orecchio interno riconosce un appello. Quel fischio buca la nebbia, introduce l’idea che ci sia un mondo diverso dal suo, un mondo di mari lontani, di steppe, di foreste, di luoghi dove lui non è nessuno e proprio per questo potrebbe essere chiunque. Il gesto che segue – il vaniloquio in ufficio, la ribellione improvvisa alle angherie del capoufficio – è letto da tutti come follia. Non può che essere follia, agli occhi di chi è interamente identificato con il ruolo. Il capoufficio è capoufficio, i colleghi sono colleghi, Belluca è il contabile mansueto. La società, nella prosa di Pirandello, non sopporta gli scarti: se un uomo cambia copione a scena in corso, disturba lo spettacolo. Chiamarlo pazzo è un modo per neutralizzarlo: non è che abbia ragione o torto, è che non è più “dei nostri”. Va rinchiuso nell’ospizio, cioè in uno spazio deputato a isolare chi scompagina il gioco. Pirandello, però, non si accontenta del giudizio sociale. Introduce un testimone diverso: il vicino di casa, narratore della storia. È lui l’unico che si prende la briga di risalire ai motivi, di ricostruire il percorso a ritroso. Da questo sguardo parte la tecnica che rovescia l’ordine cronologico: noi vediamo prima l’esplosione, poi andiamo indietro a cercare il detonatore. Narrativamente è una scelta efficace; filosoficamente è un modo per dirci che nessuna “pazzia” sorge nel vuoto. Ogni gesto apparentemente assurdo è la risposta tardiva a una lunga pressione invisibile. Il vicino comprende che Belluca non è impazzito, ha semplicemente intravisto un varco, una possibilità di sottrarsi, se non nel corpo almeno nell’immaginazione, a un destino di puro sacrificio.
Qui il cuore del pensiero pirandelliano si fa più nitido: la realtà non è mai una sola, è sempre questione di prospettiva. Per i colleghi, Belluca è un contabile guasto, per il capoufficio è un sovversivo ridicolo, per la famiglia è una fonte di reddito, per il vicino è un uomo che ha avuto un’illuminazione tardiva. Nessuna di queste immagini è “falsa” in assoluto, ma nessuna basta da sola. Pirandello ci obbliga a guardare l’uomo come nodo di sguardi contrastanti, campo di forze in cui la verità non è un dato ma una tensione. La questione, allora, si fa dolorosamente attuale: quante volte, oggi, cataloghiamo come “esaurimento nervoso”, “crisi di nervi”, “comportamento inadeguato” ciò che è, in realtà, l’urlo strozzato di chi non ce la fa più a sostenere un sistema che lo ha consumato? Quante volte usiamo un’etichetta psichiatrica per non dover guardare la parte di responsabilità collettiva dentro ogni tragedia individuale? Pirandello, lontano da ogni psicologismo alla moda, ci ricorda che il confine tra follia e salute è spesso solo il confine tra chi si adatta meglio e chi, semplicemente, non può più. Il treno che fischia, in questa prospettiva, è un simbolo ambivalente. Da un lato è il sogno di evasione, la promessa di una vita altra, la geografia di un mondo che esiste oltre le pareti di casa e di ufficio. Dall’altro è il segnale di quanto questa evasione sia, per Belluca, irrimediabilmente immaginaria. Lui non partirà. Non salirà mai su nessun vagone. Ma il solo fatto che, per un attimo, abbia sentito che potrebbe esistere un altrove, incrina per sempre la compattezza della sua prigione. Il corpo resta dov’è, ma la mente, come spesso accade nei personaggi pirandelliani, scivola di lato, si sposta di un millimetro, e in quel millimetro si apre l’abisso. È qui che la novella, letta oggi, smette di essere un semplice racconto “regionale” o “d’epoca” e diventa diagnosi del presente. Il lavoro che inghiotte, il dovere familiare che si trasforma in catena, il carico mentale che schiaccia una sola persona mentre gli altri consumano, chiedono, pretendono, sono temi che riconosciamo fin troppo bene. E soprattutto riconosciamo l’abilità con cui il contesto sociale si assolve: se qualcuno crolla, è “problema suo”. Viene curato, sedato, spostato, ma quasi mai ascoltato. L’intuizione di Pirandello è proprio questa: a volte la vera malattia non è in chi esplode, ma nel sistema che lo circonda e non vuole mai sentir fischiare nessun treno.
Alla fine, Belluca non diventa un eroe e non diventa un martire. Resta un uomo piccolo, stremato, che ha avuto un istante di visione. Pirandello non ha bisogno di trasformarlo in simbolo grandioso: gli basta restituirgli dignità. Grazie allo sguardo del vicino – e, con lui, al nostro – possiamo riconoscere nella sua “pazzia” un atto di resistenza minima, quasi involontaria, contro l’idea che la vita di un uomo possa essere solo un debito da saldare agli altri. Forse non servirebbero ospizi, né diagnosi, né etichette, se imparassimo a prendere sul serio i treni che fischiano nella testa di chi non ce la fa più. Se accettassimo che, dietro ogni scarto improvviso, c’è una richiesta di aria, di spazio, di mondo. E che il compito di una società degna di questo nome non è soffocare quel suono, ma chiedersi da dove viene, cosa chiede, cosa dice di tutti noi.

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