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Il diavolo, la viltà e quei manoscritti che non bruciano mai…

La cosa più buffa di un Paese che dichiara per legge che Dio non esiste è che prima o poi deve decidere che cosa fare del male. Lo nasconde sotto i tappeti, lo chiama con altri nomi, lo affoga nelle riunioni di commissione e nei verbali, ma il male resta lì, seduto in corridoio con il cappello in mano ad aspettare che qualcuno lo guardi in faccia. Nel Maestro e Margherita quella faccia è educata, ben vestita, ironica: è un signore straniero che si presenta su una panchina di Mosca e dice di chiamarsi Woland. Il diavolo. In una città dove, ufficialmente, il diavolo non esiste più. La satira comincia proprio lì, in mezzo alle tessere, alle villeggiature al mare, alle riunioni del MASSOLIT dove gli scrittori sono soprattutto funzionari che pensano ai turni mensa più che ai romanzi. È una Mosca piena di gente che corre, che compila moduli, che fa file, che si raccomanda e che alza il sopracciglio ogni volta che qualcuno osa nominare qualcosa che somigli anche solo vagamente all’anima. È anche una Mosca dove ogni tanto qualcuno sparisce. Non muore: sparisce. Si dissolve negli uffici della polizia segreta, nelle notti, nei corridoi. La vita formicola, il potere ringhia in silenzio. Bulgakov prende tutto questo, lo guarda da lontano un istante, e poi fa la mossa più ribelle possibile: ci manda il diavolo in visita. La genialità sta lì: in un mondo che ha abolito Dio e Satana per decreto, l’unica figura che può permettersi di dire la verità è proprio il diavolo. Woland non è un mostro di zolfo; è un illusionista che toglie gli stracci al mondo e mostra quello che c’è sotto. Fa volare rubli falsi sul teatro, spoglia gli spettatori della loro rispettabilità, rivolta come un guanto il sistema di favori, invidie e piccole viltà che tengono in piedi la Mosca staliniana. E, dettaglio meraviglioso, è costretto a dimostrare a due intellettuali atei che Gesù è esistito davvero. In un Paese che ha bandito il Vangelo, il primo teologo serio, l’unico che parla con competenza di Ponzio Pilato e del processo a Jeshua, è il diavolo in persona. C’è un’ironia feroce e dolcissima in questa idea: quando la verità viene espulsa dalla sfera pubblica, finisce spesso in bocca a chi non ti aspetti.
Dentro il romanzo, poi, c’è un altro romanzo: la storia di Pilato. Non è un semplice flashback, è il libro che il Maestro ha scritto, la sua opera maledetta. Qui l’evangelico diventa politico in modo quasi imbarazzante: Pilato sa che Jeshua è innocente, ma lo condanna lo stesso. Non per crudeltà, ma per paura. Ha paura del potere sopra di lui, delle conseguenze, delle folle, degli equilibri. È un vigliacco, e Bulgakov lo tratta con una pietà spietata: non lo giustifica mai, ma lo capisce fino in fondo. In quel governatore romano che si lava le mani perché ha paura, si specchiano tutti gli intellettuali che tacciono, tutti quelli che guardano altrove quando qualcuno scompare, tutti quelli che si dicono: «Non posso farci niente». Il peccato capitale del romanzo non è l’eresia, ma la viltà. A un certo punto il libro fa un giro ancora più stretto: si piega su se stesso e diventa quasi un’autobiografia mascherata. Il Maestro che brucia il manoscritto nel momento di disperazione estrema non è solo un personaggio: è l’autore che ha davvero gettato nel fuoco la prima stesura del proprio romanzo. Il protagonista massacrato dalla critica, con decine e decine di recensioni ostili, è lo scrittore a cui la sua epoca ha riservato una sola etichetta: indesiderato. E poi c’è l’altro diavolo, quello senza magia: il capo supremo, il potere che con una telefonata può farti sparire o regalarti un lavoro in teatro, che ti salva dall’abisso ma ti chiude a chiave dentro il Paese. Nella vita reale non ha il bastone con il pomello d’oro, non vola sui tetti, non presiede i sabba. È molto più banale, veste di grigio, ma la sua ombra è dappertutto. In mezzo a questa geometria di potere, paura e letteratura, entra lei: Margherita. È forse la cosa più rivoluzionaria del libro. Non è una vittima, non è un premio finale, non è la “donna dell’eroe”: è il motore della storia. È lei che accetta il patto, che si sporca le mani, che vola nuda su Mosca e va al ballo di Satana. Non per sete di conoscenza, come il Faust di Goethe; non per brama di potere; nemmeno per vanità. Lo fa per amore, e lo fa a modo suo, con una misericordia che spiazza perfino il diavolo. Quando potrebbe chiedere subito il ritorno del Maestro, sceglie di liberare dal tormento un’altra donna, colpevole di infanticidio, condannata a rivivere all’infinito il proprio gesto. In quella deviazione, in quel “prima lei, poi io”, c’è qualcosa che buca tutta la costruzione filosofica del libro: la grazia, che irrompe nel patto col diavolo e lo incrina. Eppure il punto più luminoso del romanzo non è un gesto, né una scena. È una frase. Quando il Maestro, distrutto, scopre che il romanzo che aveva bruciato esiste ancora, Woland gli dice che i manoscritti non bruciano. Sembra una battuta, un colpo di teatro, ma è una sentenza metafisica. In un regime che brucia libri, persone, biografie, persino i nomi sui registri, l’unica cosa che alla fine non riesce a eliminare davvero è la verità di quello che è stato scritto. Si può ritardarne l’uscita, la si può nascondere in un cassetto per decenni, la si può far circolare in samizdat, sottovoce; ma l’atto di aver pensato e messo su carta una certa storia, di aver costruito un certo personaggio, di aver osato chiamare la viltà con il suo nome, quello non si annulla più. Il paradosso crudele è che Bulgakov non vede il trionfo del suo romanzo. Muore prima. Non assiste alle edizioni, alle traduzioni, alle copie consunte sulle mensole degli studenti, a quel miracolo laico per cui un libro nato in una Mosca di terrore finisce a parlare a un ragazzo qualunque in un’altra città, in un altro secolo, magari su un treno regionale mezzo vuoto. Non c’è nella sua vita il lieto fine che concede ai suoi personaggi, quel riposo finale in cui il Maestro e Margherita ottengono “la pace, non la luce”. Eppure, proprio scrivendo quella scena, si è garantito qualcosa che somiglia molto all’immortalità. Ha firmato la sua condanna alla dimenticanza e contemporaneamente la sua assoluzione postuma.
Ogni volta che penso a questa storia, mi viene in mente che “i manoscritti non bruciano” non riguarda solo i romanzi. Riguarda tutte le volte in cui abbiamo provato a fare qualcosa di vero e poi, presi dalla paura o dalla vergogna, abbiamo buttato tutto nel cestino. Una lettera mai spedita, un quaderno abbandonato, un progetto lasciato a metà perché “non serve a niente”, “non lo leggerà nessuno”, “chi ti credi di essere”. Il fuoco può distruggere la carta, ma non l’atto di averci provato. Quello resta, anche se nessuno lo vedrà mai, anche se il nostro nome non finirà su nessuna copertina. Forse è questo, alla fine, il piccolo miracolo del Maestro e Margherita: in un mondo dove Dio è stato sbattuto fuori dalla porta e il diavolo entra dalla finestra, dove il potere decide chi esiste e chi no, dove la vigliaccheria sembra l’unica strategia di sopravvivenza, un uomo malato e sconfitto si mette al tavolo, riprende in mano il manoscritto che aveva bruciato e ricomincia a scrivere. Non è poco. È già una forma di resurrezione. E noi, leggendo, ne siamo i complici.

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