
A un certo punto della vita ti accorgi che non tutti i mostri mettono i denti in copertina. Alcuni si presentano come un clown, altri come un contratto a tempo indeterminato, altri ancora come la voce dentro di te che ti ripete da anni che non sei abbastanza. Stephen King, in IT, fa la cosa più onesta che si possa fare con il male: smette di raccontarlo come un’eccezione e lo mostra come il fondo abitato di tutto. Derry è solo il nome di un qualsiasi luogo in cui crescere fa male.
La prima cosa che colpisce, in questo romanzo, non è il palloncino rosso, ma la compagnia di chi lo guarda salire in cielo. Il cosiddetto “club dei perdenti” è una delle invenzioni più politiche travestite da storia dell’orrore che mi sia capitato di incontrare. Presi uno per uno, quei ragazzi sono inadeguati, goffi, fragili, deformi secondo i parametri del catalogo ufficiale della normalità. Nessuno di loro, da solo, reggerebbe un pomeriggio di vita adulta. È quando si mettono insieme che succede la magia: l’eroe smette di essere un singolo e diventa plurale. Non c’è il Prescelto, non c’è il genio solitario, non c’è l’uomo forte che salva tutti; c’è un noi fatto di scarti, di timidezze, di balbuzie, di povertà emotive e materiali. Ed è esattamente questo noi, collezione di difetti, a diventare l’unica forma di salvezza possibile. Se sei cresciuto ai margini, se da piccolo non eri quello scelto per primo in squadra, IT è un promemoria ostinato: non sei tu ad essere sbagliato, è che ti manca ancora la tua banda. Dentro a questo coro di voci ce n’è una che stona rispetto alla tradizione dell’horror scritto da uomini: Beverly. Non è la “quota rosa” del gruppo, non è la ragazza-ricompensa, non è l’angelo del focolare infilato di traverso in una storia di mostri. È una persona intera, piena di contraddizioni, ferite, desideri, paure che non hanno niente di ornamentale. Il romanzo non la protegge, non la mette sotto campana moralistica, non la usa come sermone su ciò che una donna “dovrebbe” essere. La mostra com’è: forte dove non vorrebbe esserlo, vulnerabile dove nessuno la vede, segnata dalla violenza non come “caso di cronaca” ma come condizione strutturale del mondo che abita. In un genere narrativo che spesso usa il corpo femminile come superficie su cui incidere metafore, IT ha il coraggio discreto di trattarlo come un corpo che sente, sanguina, desidera, sbaglia. È impressionante accorgersi di quanto sia raro. Il tempo in cui tutto questo accade è quello più frainteso dagli adulti: l’adolescenza. Fuori, la raccontiamo come un’età di passaggio, un ponte, un corridoio da attraversare con un po’ di pazienza e molti brufoli. Dentro IT, invece, è lo stato di grazia in cui gli occhi vedono ancora le cose per quello che sono, prima che l’adattamento faccia il suo mestiere e chiuda a chiave mezzo mondo sotto strati di rimozione. Gli adulti di Derry camminano tranquilli sopra una città infestata, e non vedono nulla. I ragazzini sono persi, confusi, senza un posto preciso, e proprio per questo vedono tutto. È il paradosso più onesto del romanzo: chi è “sistemato” non vede, chi è “fuori posto” ha lo sguardo più lucido. Forse è per questo che certe letture bisognerebbe farle prima che la vita ci sedimenti addosso, ma anche dopo, quando ci accorgiamo che quel sedimento ci ha reso comodi e ciechi insieme.
C’è poi il modo in cui questa storia viene raccontata, che assomiglia più a una regia che a una scrittura. La voce del narratore non cammina mai da sola: si sposta da una testa all’altra, entra ed esce dai pensieri dei personaggi, cambia angolazione come se ogni pagina fosse un piano sequenza complicatissimo. Eppure il lettore non si perde: sente mille voci ma sa sempre dove si trova. È come guardare una città dall’alto e, allo stesso tempo, sentire il respiro di chi corre nei vicoli. Questa moltiplicazione di punti di vista è perfettamente coerente con quello che racconta il libro: se l’eroe è collettivo, anche lo sguardo deve esserlo. Non esiste una sola prospettiva “giusta”, c’è un mosaico di coscienze che, incastrandosi, restituisce la figura del mostro e quella di chi lo affronta. E poi c’è il sangue. Non solo quello che schizza sulle pagine, ma quello che torna come idea ostinata: si impara cadendo, non c’è altro modo. IT sembra ripetere che il mondo non è progettato per risparmiarci l’impatto, ma per renderlo sopportabile. Siamo bassi, piccoli, vicini al suolo – non per caso – come se qualcuno avesse messo in conto che caderemo spesso, che sbaglieremo direzione, che ameremo male, che ci faremo male, che faremo male. Il prezzo c’è sempre, e il romanzo non lo nasconde: si paga per ciò che si ottiene, si paga per ciò che si perde, si paga perfino per ciò che si è stati. Ma dentro questa contabilità crudele c’è una forma di giustizia sottile, quasi impercettibile: quello che ti appartiene, prima o poi, trova la strada per tornare. Non illeso, non integro, non come lo avevi immaginato. Ma torna.
Alla fine, più che un libro dell’orrore, IT assomiglia a un manuale di sopravvivenza per esclusi: ti insegna che non sei il solo a tremare al buio, che la vergogna di essere “sbagliato” è il carburante con cui puoi alimentare un noi, che crescere non significa smettere di avere paura ma imparare a chi tenere la mano mentre la senti arrivare. Il mostro fa il suo mestiere: torna, cambia faccia, infesta di nuovo. Tocca a noi ricordarci che non lo si affronta mai da soli. E che, se stai sanguinando, vuol dire almeno una cosa: sei ancora in gioco.