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Vivian Maier, l’arte segreta di chi non chiede niente al mondo

Di Vivian Maier, per gran parte del Novecento, non ha saputo niente praticamente nessuno. C’era, viveva, lavorava, prendeva autobus, portava bambini al parco, chiudeva portoni, pagava affitti; ma nella grande narrazione del secolo non occupava neanche una riga. Ufficialmente faceva la tata, come sua madre e come sua nonna, presso famiglie benestanti di Chicago. Un mestiere di fiducia, domestico e laterale, che ti mette dentro le case degli altri ma ti lascia sempre un passo fuori dalla loro vita. Le cronache dicono che lo facesse bene, con disciplina severa, quasi militare, e con un entusiasmo misurato, trattenuto, di quelli che non traboccano mai. I bambini che accudiva adesso sono adulti, uomini e donne che si vedono arrivare in casa giornalisti, curatori, studiosi, convinti di essere sulle tracce di un genio. Loro restano un po’ storditi: per loro quella era solo la tata. Una donna riservata, niente affatto alla Mary Poppins, senza canzoncine e senza zucchero filato. Una presenza corretta, inflessibile, misteriosa. Faceva il suo dovere, e nei giorni liberi, semplicemente, spariva. Di lei non abbiamo diari, non abbiamo lettere memorabili, non abbiamo frasi lampanti da stampare sui poster motivazionali. Non risultano grandi amori, confidenze, giri di amicizie. Quello che tutti ricordano, piuttosto, è una stanza stipata di oggetti, giornali, sacchetti, ritagli: un archivio caotico che somigliava più a un rifugio che a un disordine. Un fienile di carta contro gli inverni della memoria, o contro la paura più banale e più feroce di tutte: quella di dimenticare. Vivian accumulava cose, sì, ma in realtà accumulava mondo. Metteva via frammenti di realtà come altri mettono via soldi. L’altra cosa che tutti ricordano è questa macchina fotografica appesa al collo. Sempre. Una Rolleiflex medio formato, che le poggiava all’altezza del petto: si scatta guardando dall’alto, dentro un piccolo quadrato di vetro smerigliato. Per le famiglie presso cui lavorava era una mania eccentrica, quasi una stranezza da sorvegliare. In un’America ossessionata dal sospetto, qualcuno arrivò pure a scambiarla per una spia. Per lei, invece, quella macchina era probabilmente la sola forma accettabile di conversazione con il mondo. Non parlava molto, ma fotografava in continuazione. Poi succede la cosa che, se non ci fossero date, nomi, documenti, sembrerebbe una favola un po’ ruffiana: invecchiando, Vivian smette di fare la tata, si ritira in un sobborgo di Chicago, campa con quello che è riuscita a mettere da parte. E siccome, oltre a fotografare, accumulava, quando gli oggetti diventano troppi affitta un box, uno di quei magazzini in cui finiscono i mobili ereditati, le moto che non usi più, i resti di vite che non stanno più da nessuna parte. Ci infila dentro scatoloni, borse, cianfrusaglie, rullini. Poi i soldi finiscono, l’affitto non viene più pagato e la storia prende la piega amministrativa che conosciamo: dopo un po’ la società del deposito, come da regolamento, mette tutto all’asta. Funziona così: gli addetti aprono la serranda, gli acquirenti danno un’occhiata da lontano, respirano un’aria di muffa e di occasioni. Nessuno ha davvero idea del contenuto. Si rilancia, si compra un volume indistinto di cose, si torna a casa e si scopre sul serio che cosa si è preso. È una lotteria del reale, con in palio quasi sempre niente e qualche rarissima volta un tesoro. Nel 2007 – ieri, sul calendario della storia – un certo John Maloof, agente immobiliare e collezionista per vocazione, si porta via il box di una vecchia tata sconosciuta. Dentro trova, soprattutto, scatole. Dentro le scatole, foto. E poi migliaia di negativi. E centinaia di rullini mai sviluppati.

Alla fine si capisce che là dentro ci sono più di centomila fotografie. Vivian, in vita sua, ne aveva viste forse un dieci per cento. Non aveva i soldi per svilupparle tutte, o forse non le interessava il gesto finale della stampa. Quello che le bastava davvero era lo sguardo, il momento in cui il mondo passava attraverso la sua lente e scattava in quel quadrato di vetro. Pubblicare, esporre, vendere non rientrava nel contratto. Il patto era solo tra lei e la realtà. Maloof comincia a guardare, poi a scannerizzare, poi a caricare su Flickr. E a un certo punto si pone una domanda abbastanza semplice e abbastanza inquietante: o sono io che sto impazzendo, o qui dentro c’è una delle più grandi fotografe del Novecento di cui nessuno si è accorto. Decide che non è impazzito. Si mette a ricostruire la storia di quella donna, ne cerca le tracce negli archivi, nelle anagrafi, nelle testimonianze, finché nel 2009 si imbatte in un annuncio funebre: Vivian Maier è morta pochi mesi prima, a 83 anni, in seguito a una caduta sul ghiaccio. Se n’è andata probabilmente come ha vissuto: in silenzio, di lato, senza sospettare minimamente di essere, per molti di noi che guardiamo le sue immagini oggi, una delle voci più nitide del secolo.
Quando ho incrociato questa vicenda, la prima reazione è stata la più ovvia: è troppo perfetta per essere vera. La tata invisibile, il box dimenticato, l’asta, la scoperta, l’artista geniale che muore senza sapere di esserlo: sembra una sceneggiatura scritta apposta per farci commuovere. Il problema, o forse la salvezza, è che le fotografie reggono la storia. Anzi: la superano. Sono quasi tutte fotografie di strada, per lo più in bianco e nero. Gente che cammina, vecchi che si trascinano, bambini che ridono, donne eleganti, clochard che dormono sulle panchine, vetrine, scale, cortili, muri, marciapiedi lucidi di pioggia, ombre che tagliano i volti, schiene che si allontanano. E poi oggetti abbandonati, un cavallo morto su un marciapiede, le molle scheletriche di un materasso lasciato per strada. In ogni immagine, quasi fastidiosamente, è tutto a posto: la luce, l’inquadratura, la distanza, il baricentro del fotogramma. Non è il caso, non è il colpo di fortuna. È un’intelligenza visiva che lavora a una velocità impressionante. Il dettaglio tecnico che colpisce è che la Rolleiflex ti dà dodici scatti a rullino. Dodici. Non è la raffica digitale da trenta foto al secondo, non è l’idea di correggere in postproduzione. Ogni scatto è una scelta precisa, rischiosa, definitiva. Guardando i contatti, ci si accorge che Vivian non raddoppia quasi mai il colpo: un passante, uno scatto; un gesto, uno scatto; una scena, uno scatto solo. Niente serie, niente tentativi successivi per “farla meglio”. È come se avesse piena fiducia nel primo impulso: vedere, capire, inquadrare, scattare. Finito. Non gli si torna più sopra. Questa sicurezza, però, non ha niente di arrogante. Nelle sue foto non c’è esibizione, non c’è desiderio di stupire, non c’è l’ego del fotografo che schiaccia il soggetto. È uno sguardo molto fermo e molto delicato, che tiene insieme due cose difficili: la precisione quasi chirurgica nella composizione e una specie di infinita compassione verso ciò che sta dall’altra parte dell’obiettivo. Le persone che fotografa non sono mai prede, mai “casi umani”, mai trofei. Sono incontri. È illuminante guardare i suoi autoritratti: si fotografa riflessa nelle vetrine, negli specchi, nei vetri appannati dei negozi, nelle pozzanghere. Non si mette mai al centro della scena. Si lascia intrappolare insieme alle cose: il suo volto è un dettaglio dentro un reticolo di linee, insegne, architetture, passanti. La sua espressione è quasi sempre la stessa: lineamenti duri, uno sguardo che è un misto di disciplina e malinconia, la bocca in una piega che non è proprio un broncio, non è neutralità, non è tristezza pura: è qualcosa come una resistenza, un “non mi concedo”, neanche a me stessa. Sorride una volta sola, nelle centinaia di immagini che abbiamo. Il resto è una specie di fedeltà al proprio ruolo di spettatrice. Guardando le sue fotografie, quello che passa non è la spettacolarità, ma l’irripetibilità dell’attimo. Un gesto di mano sul cappello, il vento che solleva un cappotto, lo sguardo di un bambino che incrocia l’obiettivo, il riflesso di un tram in una vetrina. Sono cose minuscole, che non entreranno mai in un libro di storia, ma in quel secondo preciso diventano tutto. È come se Vivian avesse dedicato la vita a dire al mondo: “Questo frammento, adesso, qui, è unico. Non tornerà più. Vale la pena di salvarlo”. Per questo, credo, la si sente così vicina anche oggi, in un universo saturo di immagini dove fotografiamo tutto e non guardiamo quasi niente. Lei fotografava pochissimo, in realtà: dodici scatti per rullino, nessuna raffica, nessuna ripetizione, nessuna ansia da prestazione social. Il suo archivio immenso non nasce dall’iperproduzione, ma dalla costanza: un’esistenza intera passata a raccogliere istanti, uno dopo l’altro, con la tenacia di chi non ha nessuna fretta di mostrarli. Il senso profondo del suo modo di fotografare, forse, è tutto qui: la fotografia come gesto privato, quasi segreto, non come comunicazione ma come custodia. Non scattava “per” qualcuno. Scattava “con” il mondo. È una differenza sottile ma decisiva. Nella sua pratica, la fotografia non è linguaggio espressivo, non è professione, non è nemmeno vocazione nel senso tradizionale. È una forma di respirazione. Un modo per stare al mondo senza esserne travolta, costruendosi un archivio di appigli. Ed è anche per questo che – se uno ama fotografare – guardando le immagini di Vivian Maier sente nascere una specie di nostalgia paradossale: il desiderio di scattare come lei, ma anche la consapevolezza che non ci si riuscirà mai davvero. Per imitare il suo stile non basta scegliere il bianco e nero, né montare una lente “vintage”, né incrociare per strada tetti di taxi e visi stanchi. Bisognerebbe adottare, almeno un po’, la sua postura esistenziale: farsi da parte, togliersi dal centro, accettare di essere invisibili, rinunciare in anticipo al riconoscimento. Fotografare con l’idea che nessuno vedrà mai le nostre foto. In un’epoca in cui ogni scatto nasce già pensando agli algoritmi, al like, al pubblico, la lezione di Vivian è quasi scandalosa. Ci ricorda che si può fotografare per la pura necessità interiore di trattenere qualcosa, senza nessuna strategia di ritorno. E che, proprio in quella rinuncia radicale, può nascondersi una potenza enorme. Perché se l’obiettivo non è piacere a qualcuno, ci si può concentrare davvero su ciò che si ha davanti: una mano, una piega del cappotto, un riflesso in una pozza, una ruga su un volto che il mondo intero continuerà a ignorare, ma che per un istante, in quel quadrato di vetro, diventa assoluta. Forse, col tempo, emergeranno nuove informazioni, retroscena, contraddizioni a sporcare un po’ questa storia così pura. È probabile. Probabilmente lo stiamo già facendo, trasformandola in mito, in merchandising, in mostre a pagamento. Ma una cosa è difficilmente negoziabile: le sue fotografie resteranno. Rimarrà quel modo inflessibile e dolce di guardare il mondo di lato, senza chiedergli niente, se non il permesso di far esistere ancora, un po’ più a lungo, ciò che altrimenti sarebbe passato via senza lasciare traccia.

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