Fa’ la ninna, cocco bello, finché dura ‘sto macello, fa’ la ninna, che domani rivedremo li sovrani […] senza l’ombra de un rimorso, ce faranno un ber discorso su la pace e sur lavoro pe’ quer popolo cojone risparmiato dar cannone.
— Trilussa
Per parlare della guerra, Trilussa sceglie la forma più disarmata che esista: una ninna nanna. Non il discorso in Parlamento, non l’editoriale indignato, non il manifesto pacifista. Una madre (o un padre) che culla un bambino e gli promette il sonno. Il gesto più antico e fragile del mondo. È lì che piazza la sua bomba. La struttura è quella rassicurante: “Ninna nanna, nanna ninna…”, il ritornello che tutti conoscono. Ma appena ti avvicini alle parole, la coperta si strappa: invece del mondo dolce delle fiabe, compaiono Farfarello, Gujermone, Ceccopeppe, “le zeppe d’un impero mezzo giallo e mezzo nero”. Il bambino non lo sa, ma il lettore sì: quella ninna nanna è un travestimento. Non serve a nascondere la guerra: la smaschera. Il gesto centrale della poesia è tutto in quel verso: “ché se dormi nun vedrai tante infamie e tanti guai”. Il bambino viene protetto dalla vista del male, ma noi, che leggiamo, veniamo inchiodati davanti allo spettacolo. Mentre al “pupetto” si chiede di chiudere gli occhi, il poeta ci invita ad aprirli bene: sulle “spade e li fucili de li popoli civili”. L’aggettivo è una coltellata: i popoli “civili” che si scannano sono la smentita vivente di tutta la retorica sul progresso, sulla cultura, sulla civiltà che dovrebbe renderci migliori. Più che un ossimoro, è un verbale di contraddizione.
La ninna nanna, tradizionalmente, è l’arte di addolcire la paura. Qui invece Trilussa fa l’opposto: usa la dolcezza per rendere la paura più nitida. Nelle strofe successive, il bersaglio si chiarisce: “la gente che se scanna per un matto che comanna”. Bastano due parole, “matto” e “comanna”, per demolire in un colpo solo il prestigio dell’uomo al comando. Il capo non è il padre della patria: è un folle a cui si è consegnato il potere di decidere chi vive e chi muore. E, come se non bastasse, questo massacro viene nobilitato “a vantaggio de la razza o a vantaggio d’una fede per un Dio che nun se vede, ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro”. La teologia ridotta a paravento, il sacro usato come tenda dietro cui il boia si asciuga le mani. Non c’è rabbia urlata, c’è una calma lucidità che fa più male di qualunque invettiva. Poi Trilussa fa un passo ulteriore: toglie alla guerra anche l’ultima giustificazione romantica, quella del coraggio, dell’onore, del sacrificio. Non è neppure questo. È “un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe li ladri de le Borse”. È la definizione più spietata e moderna che si possa immaginare: la guerra come gigantesca macchina economica, come occasione perfetta per chi guadagna senza sporcarsi le mani. Il sangue diventa voce di bilancio, la carne macellata si traduce in dividendi. Il contrasto tra il tono cantilenante della ninna nanna e il cinismo di questo meccanismo è talmente forte che quasi fa ridere, ma è una risata che resta strozzata. L’ultima strofa è, forse, la più amara. Finito “sto macello”, i sovrani torneranno a scambiarsi cortesie, “boni amichi come prima”. “So’ cuggini e fra parenti nun se fanno comprimenti”. La parentela dinastica, il club chiuso di chi comanda, sopravvive a tutto: ai morti, alle trincee, alle vedove, ai mutilati. I rapporti personali si ricompongono in fretta, senza “l’ombra d’un rimorso”. A quel punto, per completare la farsa, servirà solo un “ber discorso su la Pace e sur Lavoro”, rivolto a “quer popolo cojone risparmiato dar cannone”. Il popolo salvato non è onorato: è insultato. Cojone perché ci ricascherà, perché si lascerà di nuovo incantare dalla retorica, dalle medaglie, dalle celebrazioni. Perché ascolterà ancora, docile, la prossima “ninna nanna”. La grandezza di Trilussa sta proprio qui: non nella denuncia generica della guerra (quella, in fondo, l’hanno fatta in tanti), ma nello sguardo lucidissimo su tre punti che restano drammaticamente attuali. Primo: la distanza tra chi decide e chi muore. Secondo: l’uso sistematico di Dio, della razza, dell’ideale come copertura morale. Terzo: la trasformazione della guerra in affare, in “giro de quatrini”. E tutto questo senza proclami, senza toni apocalittici: in romanesco, in rima, con quel tono mezzo serio e mezzo sorridente che rende la verità più sopportabile e, proprio per questo, più efficace.
Leggere oggi questa ninna nanna, sapendo quello che il Novecento ha visto e quello che ancora vediamo, fa uno strano effetto. Sembra una poesia scritta ieri, solo con il lessico di allora. I “ladri de le Borse” hanno cambiato strumenti, i “matti che comanneno” usano altri social e altre parate, ma la dinamica resta inquietantemente simile. E intanto, da qualche parte, ci sarà sempre un bambino da addormentare, da proteggere dall’“infamie e tanti guai” del mondo dei grandi.
Forse, alla fine, la domanda che Trilussa ci lascia è semplice e insopportabile: vogliamo essere il “popolo cojone” che si lascia raccontare sempre la stessa favola, o siamo disposti a restare svegli, anche quando fa male, anche quando sarebbe più comodo chiudere gli occhi e farsi cantare una ninna nanna? La poesia finisce, il ritmo si spegne, ma quella domanda resta lì, a dondolarci nella testa molto più a lungo di qualsiasi melodia.