
È curioso come la parola merito sia diventata, negli ultimi anni, una specie di mantra liturgico. La si pronuncia ovunque: nei decreti, nelle conferenze stampa, nei tweet ministeriali con grafica patinata. “Selezionare i migliori”, “alzare l’asticella”, “forche caudine”, “la scuola del merito”. Intanto, sul terreno, nelle aule informatiche e nei corridoi degli USP, i conti non tornano. E non perché manchi il merito, ma perché manca la logica. Prendiamo l’ultimo caso, il concorso PNRR3. Non mi interessa tanto l’album degli orrori delle prove scritte: i racconti di cellulari sotto i banchi, di dialoghi tra candidati, di vigilanza creativa li lascio sullo sfondo, come rumore di fondo di un sistema che si è abituato a tollerare l’intollerabile. Il punto, almeno per me, è un altro: perché siamo arrivati a questo teatrino permanente di concorsi a raffica, invece di usare – con serietà – gli strumenti che già esistono? Perché qui sta il nodo: non è solo la prova traballante, è l’architettura complessiva che fa acqua.
Esistono graduatorie di merito ancora piene di idonei, persone che hanno studiato, superato uno scritto, un orale, talvolta anche una prova pratica. Persone valutate da commissioni, inserite in elenchi ufficiali, pubblicati con tanto di decreto. Persone che, nero su bianco, lo Stato ha dichiarato “idonee all’insegnamento”. Non potenziali, non aspiranti: idonee. E poi? Poi le si lascia lì, in sospensione, come un file dimenticato sul desktop. Nel frattempo si bandiscono nuovi concorsi per gli stessi posti, spesso negli stessi territori, con la stessa classe di concorso. È qui che il discorso sul merito si incrina e mostra il suo vero volto: quello di una macchina che deve continuare a girare, non tanto per coprire i posti, ma per rispettare scadenze, target, cronoprogrammi, sigle europee da compiacere. Lo dico anche in prima persona, perché a un certo punto la teoria e le statistiche si fermano e restano le biografie concrete. In Campania, per la mia classe di concorso, io sono in graduatoria di merito. Primo tra gli idonei. Non uno dei tanti: il primo. Il che, in un sistema normale, significherebbe una cosa molto semplice: si libera un posto? Si attinge a quella graduatoria. Punto. Non servono proclami, non servono bandi speciali, non serve l’ennesima piattaforma su cui caricare documenti. Si prende la lista, si chiama il primo, si procede alla nomina. Invece no. Invece per quel posto, in Campania, è stato bandito un nuovo concorso. La domanda, a questo punto, è quasi imbarazzante nella sua banalità: ma davvero era più complesso scorrere una graduatoria già pronta, già approvata, già pubblicata, che montare l’intera macchina di un concorso nuovo di zecca? Davvero l’interesse della scuola, degli studenti, delle famiglie, è meglio servito rimettendo in moto l’ennesima roulette di test a risposta multipla e aule informatiche, invece di utilizzare persone che sono già state valutate? Qui il merito non c’entra più. C’entra la logica amministrativa, o forse qualcosa di ancora più prosaico: la necessità di dimostrare, a Bruxelles e all’opinione pubblica, che “si sta facendo qualcosa”. Che i fondi PNRR vengono “utilizzati” per procedure competitive, per selezioni nuove, fresche, luccicanti. Il concorso diventa performance, dimostrazione di efficienza, rituale periodico da ripetere per tenere in piedi la narrazione del cambiamento. Nel frattempo, la realtà è questa: da un lato c’è chi ha superato concorsi precedenti ed è fermo in graduatoria, dall’altro lato si costruiscono nuove prove per coprire gli stessi posti. È come tenere una chiave già pronta sul tavolo e commissionare, ogni anno, la costruzione di una nuova serratura che non apre più nulla, ma fa molta scena.
Si dirà: “Ma i concorsi sono programmati, i bandi sono legati al PNRR, ci sono vincoli, cronoprogrammi, norme”. Tutto vero, sul piano formale. Ma è proprio qui che la polemica si fa più amara: possibile che in tutta questa ingegneria normativa non trovi spazio un principio elementare di buon senso amministrativo? Possibile che l’esistenza di graduatorie di idonei non entri quasi mai nel discorso pubblico, se non come fastidioso reperto di una stagione precedente, ormai “superata” dal nuovo corso?
C’è una scuola reale, fatta di docenti che lavorano da anni, di precari che tengono in piedi cattedre intere, di persone che ripetono l’ennesimo concorso dopo aver già dimostrato di saper insegnare. E c’è una scuola di carta, fatta di bandi, decreti, piani, slide e comunicati stampa. La distanza tra queste due scuole è esattamente lo spazio in cui nasce la sfiducia. Perché se tu mi dici che vuoi “selezionare i migliori”, ma ignori chi è già stato selezionato, il messaggio implicito è chiaro: non ti interessa davvero chi entra in classe, ti interessa che il processo sembri severo, complesso, competitivo. Ti interessa poter dire che hai fatto “la selezione durissima”, anche se, nel frattempo, lasci appesi quelli che quella selezione l’hanno già superata.
Intanto nelle aule del PNRR3 – stando a tante testimonianze – succede di tutto: telefoni, sussurri, punteggi stellari. Ci indigniamo (giustamente) per gli episodi di irregolarità, ma dovremmo forse chiederci perché il sistema sia così fragile da permetterli. Un concorso costruito come rito seriale, ripetuto in tempi strettissimi, con migliaia di candidati da smaltire per rispettare scadenze esterne, quanto spazio reale ha per essere davvero controllato, vigilato, garantito? È facile prendersela col singolo candidato che usa il cellulare. Più difficile guardare la struttura che, nel nome del PNRR, preferisce avviare l’ennesimo giro di giostra invece di utilizzare graduatorie esistenti, trasparenti, pubbliche. È lì che si vede se il merito è un principio o una scenografia.
Alla fine, resta questa sensazione di amaro in bocca: l’idea che non sia più il sistema a selezionare le persone, ma la contingenza dei bandi a selezionare i sistemi. Oggi PNRR1, ieri concorso 2020, oggi PNRR3, domani chissà. Ogni volta una nuova etichetta, una nuova procedura, una nuova batteria di quesiti. Intanto, i nomi sulle graduatorie precedenti sbiadiscono, come se il tempo potesse cancellare anche i diritti. E allora forse la vera domanda non è più “chi sta davvero selezionando chi?”, ma un’altra, ancora più scomoda: chi ha deciso che fosse normale sprecare il merito già accertato, per poter continuare a sbandierare il merito come slogan?