
C’è qualcosa di ironico, quasi stonato, nel fatto che la frase sull’“impossibile” venga proprio da un ingegnere dei razzi. Per decenni, l’idea stessa di mandare un uomo sulla Luna era stata archiviata, nei salotti colti come nei bar di provincia, sotto la voce “fantascienza”. Poi arrivano persone così, che con i numeri e con l’acciaio prendono quella parola – impossibile – e la riducono alle sue vere dimensioni: non una legge di natura, ma una confessione di ignoranza. Quando un tecnico serio dice “impossibile”, in realtà dovrebbe sottointendere: “impossibile con le conoscenze, i mezzi, i vincoli che abbiamo adesso”. È una frase che andrebbe sempre tenuta per intero, così com’è, senza tagli. Perché la fisica, quella vera, mette dei limiti severi – non si viola la conservazione dell’energia, non si superano certe costanti – ma la storia dell’ingegneria è un elenco piuttosto imbarazzante di cose dichiarate “impossibili” da persone intelligenti, fino al giorno prima di vederle funzionare. Il volo più pesante dell’aria, le comunicazioni istantanee con l’altro capo del mondo, l’idea di avere in tasca un calcolatore più potente di quelli che hanno fatto i conti per l’Apollo: impossibili, fino a quando qualcuno ha smesso di prenderle per impossibili. La differenza, allora, non è tra ciò che è possibile e ciò che non lo è, ma tra ciò che sappiamo già fare e ciò che non abbiamo ancora capito come fare. Il “non ancora” è la fessura sottile in cui si infila tutta la storia del progresso tecnico. Un razzo non nasce da un colpo di genio visionario; nasce dalla paziente demolizione di mille “non si può” in piccoli “forse sì, se…”. Se alleggeriamo qui. Se cambiamo combustibile. Se accettiamo che esploderà qualche volta in prova. Ogni avanzamento reale è il risultato di una serie di approssimazioni successive alla realtà, mai di un salto magico fuori da essa. Naturalmente, la frase di von Braun suona oggi anche più ambigua, se la si ascolta sapendo da dove viene: la frontiera tra possibile e impossibile non è solo tecnica, è anche etica. Ci sono cose che sappiamo fare e che, forse, sarebbe stato meglio non imparare a fare. Se la storia insegna qualcosa, è che “si può fare” non coincide affatto con “vale la pena farlo”. Il rischio, quando ci si innamora troppo della sfida tecnica, è di usare la parola impossibile solo in senso fisico, dimenticando che esistono anche impossibilità che scegliamo noi, per non superare certe soglie di disumanità. Lì, quella parola andrebbe difesa, non cautamente evitata. Però, sul piano del pensiero, la massima resta preziosa. Perché “impossibile” è spesso il modo elegante con cui archiviamo ciò che ci mette a disagio: un’idea che non capiamo, un progetto che ci costringerebbe a studiare, una strada che ci costringerebbe ad ammettere che finora abbiamo sbagliato modello. È rassicurante: se qualcosa è impossibile, non siamo noi a dover cambiare, è il mondo. È una parola che solleva da responsabilità. Da qui, forse, quella cautela imparata sul campo da chi ha passato la vita a forzare i limiti. In una classe, in un laboratorio, in un ufficio tecnico, sarebbe sano trattare “impossibile” come una parola pericolosa quanto una previsione ottimistica senza calcoli. Ogni volta che la pronunciamo, dovremmo chiederci: sto descrivendo un vincolo della natura o sto solo dichiarando i limiti delle mie competenze, del mio coraggio, del mio tempo? Se è la seconda, sarebbe più onesto dire “non lo so fare”, “non so come farlo”, “non so ancora come farlo”. È meno elegante, ma molto più vero. E lascia aperta una porta, invece di murarla. Forse è questo il punto più acuto della frase: usare con cautela “impossibile” non significa credere che tutto sia fattibile a colpi di volontà; significa ricordarsi che le nostre categorie di possibile e impossibile sono storiche, contingenti, spesso sbagliate. La Luna non si è avvicinata alla Terra tra il 1900 e il 1969: siamo stati noi ad avvicinarci all’idea di come arrivarci. L’universo, nel frattempo, è rimasto perfettamente indifferente ai nostri giudizi. Resta una domanda sottile, che vale più di tutte le altre: a che cosa stiamo scegliendo di applicare la nostra cautela? Facciamo attenzione a non dire “impossibile” davanti a un sogno, a un’innovazione, a una ricerca che ancora non capiamo? O siamo prudenti solo quando si tratta di mettere un freno a ciò che possiamo tecnicamente realizzare ma che, umanamente, avrebbe bisogno di un “no”? La grande lezione di quella massima potrebbe essere proprio questa: imparare a spostare la prudenza dalle frontiere della tecnica a quelle della coscienza. In fondo, “impossibile” non è una sentenza sul mondo, è una radiografia di chi la pronuncia. Dice quanto conosce, quanto osa, quanto è disposto a cambiare idea. Von Braun l’aveva capito dalla parte delle cose che si possono costruire. Tocca a noi capire il resto: che cosa scegliamo, oggi, di rendere impossibile per scelta, per non smarrire il senso di ciò che siamo, mentre giochiamo con ciò che sappiamo fare.