
C’è una frase che arriva sempre prima di noi. Non la inviti, non la cerchi: entra. Si siede. Si prende spazio. È una frase che sa di corridoio e di sigaro spento, di comitive di adulti che si danno di gomito per riconoscersi: “ai miei tempi”. La dicono con quel tono da sentenza mite, da piccola rivelazione. Come se stessero per consegnarti una chiave. E invece, quasi sempre, stanno solo appoggiando un peso in più sulle spalle di chi già cammina storto. “Ai miei tempi” è una coperta. Serve a scaldare chi la pronuncia quando sente freddo di futuro. È un modo elegante per non dover fare la cosa più semplice e più difficile: sedersi davvero e dire ok, qui c’è un problema, da qui si riparte. Perché ripartire costa. Richiede fatica, umiltà, e soprattutto una cosa che agli adulti manca più spesso di quanto ammettano: la disponibilità a sentirsi responsabili senza sentirsi offesi. “Allora si studiava di più.” “Allora si rispettava di più.” “Allora…” Allora, in realtà, si racconta. Ci si costruisce un museo personale dove ogni cosa è migliore perché è ferma, immobile, senza contraddizioni. E si scambia l’età per un certificato di qualità. Come se avere vissuto prima significasse avere capito meglio. Come se l’esperienza fosse sempre saggezza e non anche, più banalmente, la capacità di ripetere gli stessi errori con maggiore sicurezza, con più stile, con una retorica più lucida.
La verità, però, è molto più semplice: i nostri tempi sono andati. Finito. Non torneranno. Non per cattiveria del mondo, ma perché il tempo fa quello che deve: passa. E allora perché usare ciò che non esiste più come una clava? Che senso ha misurare ragazze e ragazzi con un metro costruito su un’aria diversa, su una società diversa, su una scuola che – se vuole avere ancora una dignità – non può permettersi di chiamare “rigore” ciò che spesso era soltanto esclusione? C’è, ad esempio, quella parola splendida: “filtro”. È quasi ingegneristica, fa pensare a qualcosa di pulito, razionale, necessario. Poi la guardi bene e capisci che, nella pratica, “filtrare” ha significato molto spesso eliminare il problema dalla vista. Non risolverlo. Semplicemente spostarlo altrove. Fuori dalla classe, fuori dal registro, fuori dalla nostra coscienza. E ci siamo raccontati che bocciare era coraggio, quando a volte era solo impotenza con la cravatta. Se c’è un problema di preparazione – e può esserci, certo che può – la risposta non è il sarcasmo. Non è l’insulto travestito da realismo. Non è quel piacere un po’ torbido di dire “lo vedi? non sanno fare niente” come se fosse una rivincita personale. La risposta è adulta: ci si siede. Si ricostruisce. Si guarda cosa manca, perché manca, dove si è spezzato il passaggio di testimone, in quale punto abbiamo smesso di parlare la stessa lingua e abbiamo iniziato a gridare, ognuno dal proprio palco. Perché nei rapporti educativi gli attori sono due, sì, ma la responsabilità non è simmetrica. Uno dei due, per definizione, dovrebbe essere quello che regge. Che sa. Che ha strumenti. Tempo. Mestiere. E anche la capacità di attraversare la frustrazione senza trasformarla in moralismo. Entrare in classe convinti di poter fare qualcosa non è romanticismo. È la base. È il nostro dovere minimo: quella fiducia ostinata, quasi testarda, che dice io posso e devo mostrare strade. Non perché siano strade perfette, ma perché il contrario è l’abdicazione. E questa fiducia non nasce dai programmi ministeriali: nasce dal guardare davvero chi hai davanti. Dal capire che quei ragazzi e quelle ragazze hanno dubbi, passioni, aspettative, delusioni, egoismi e slanci di altruismo. Esattamente come li avevamo noi. Cambiano le forme, cambiano i nomi, cambiano le tecnologie. Il materiale umano è lo stesso. E, proprio per questo, l’ironia crudele sugli “incompetenti” è una forma di vigliaccheria. E poi – permettetemi – l’Italia adulta non è un santuario di competenze. Noi adulti, noi che pontifichiamo, siamo mediamente disastrosi in matematica, in lettura, in comprensione del mondo. Basta guardare i dati, quando li guardi senza inventarti scuse poetiche. Quindi l’idea di ergersi su piedistalli inesistenti è grottesca due volte: prima perché è falsa, poi perché è inutile. Non serve a nessuno. Non salva nessuno. Non educa nessuno. Serve solo a sentirsi, per cinque minuti, dalla parte giusta della storia. È troppo facile dire “la scuola ha fallito” come se la scuola fosse un’entità astratta, un palazzo vuoto, una macchina difettosa. La scuola siamo noi. Con le nostre stanchezze, con i compromessi, con le lezioni preparate a notte fonda, con i giorni in cui perdi qualcuno e ti resta addosso quel senso di colpa come una giacca pesante. E anche con i giorni buoni, quelli in cui un ragazzo capisce, una ragazza si fida, e improvvisamente quel mondo lì – tra una sedia rotta e una finestra che non chiude – diventa vastissimo. Ti ricorda perché sei lì.
Forse anche l’università dovrebbe ricordarsi una cosa: insegnare non è un rito d’iniziazione per pochi. Non è una gara di virilità intellettuale. Non è il vecchio “misuriamocelo” riproposto con grafici, graduatorie, ranking delle scuole “migliori”. Se una materia è importante, allora vale la pena insegnarla con tempi e spazi adeguati. Vale la pena provare davvero a rendere competenti tutti e tutte, invece di celebrare l’ennesimo delirio di test a batteria e poi usare la difficoltà come una prova morale: “se non ce la fai è perché non ti impegni”. Come se il mondo fosse sempre un giudice e mai un luogo da costruire. E intanto, quando qualcosa si inceppa, parte il grande scaricabarile: è colpa loro, è colpa della scuola superiore, è colpa delle medie, è colpa della primaria. Tra un po’ sarà colpa del nido. Colpa del latte. Colpa della gravità. Tutto pur di non dire la frase che cambia davvero le cose: dobbiamo lavorarci insieme.
Io, quando sento “ai miei tempi”, penso ai binari. Ai binari di una stazione: stanno fermi e sembrano sicuri, ma non decidono dove vai. Decidono solo dove non puoi andare. Ecco: l’educazione non dovrebbe essere questo. Non un recinto, non un rimpianto organizzato, non una nostalgia trasformata in regolamento. Dovrebbe essere una mappa. E la capacità di insegnare a leggerla anche quando il mondo cambia. Anche quando cambia troppo. Anche quando ci fa paura. Siamo vecchi, sì. Vecchi rispetto a loro. E quindi tocca a noi fare la fatica più grande: osservare, ascoltare, cambiare postura, imparare perfino a spiegare da capo ciò che davamo per scontato. Testa bassa e a lavorare, certo. Ma non per punire qualcuno. Per il bene comune. Che nella scuola ha un nome molto semplice e molto difficile: entrare ogni mattina in classe con l’idea ostinata che un vento possa alzarsi. E che noi, se non altro, dovremmo smettere di riderne.