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Quando tutto funziona, manca il perché…

C’è un momento, nella giornata, in cui la tecnica ti guarda con l’aria di chi ha già risolto tutto. È quando apri il telefono e lui sa dove sei, dove stai andando, quanto traffico troverai, quanti minuti ci metterai, perfino quanta batteria ti resta per arrivarci. È un universo educato e servizievole: ti offre risposte prima ancora che tu finisca la domanda. E, in un certo senso, ti fa sentire al sicuro. Perché ciò che è misurabile sembra governabile. Ciò che è calcolabile sembra addomesticabile.
Poi, però, succede la vita. Succede il dolore, quello che non entra nei grafici. Succede un amore che non si lascia convertire in parametri. Succede una morte che, per quanto tu possa raccontartela, resta un muro. Succede una gioia così grande che ti manca la lingua. E lì, nel punto esatto in cui “funziona tutto”, scopri che non funziona la cosa più importante: trovare parole per stare dentro ciò che ti accade.
La tecnica è bravissima a dirti come.
La scienza è bravissima a dirti quanto.
Ma quando arriva il perché – non il perché infantile, quello capriccioso, ma il perché radicale, quello che chiede senso e fine – allora il mondo moderno fa un gesto elegante: sposta la domanda in un cassetto, ci mette sopra un’etichetta (“non scientifico”) e lo chiude con delicatezza. Il punto non è accusare la tecnica. Sarebbe come prendersela con il coltello perché taglia. La tecnica fa il suo mestiere: trasforma, produce, ottimizza, rende possibile. Il problema è che, a un certo punto, abbiamo deciso che il mestiere della tecnica fosse il mestiere della vita. Che l’unico sapere degno fosse quello che serve, quello che porta un risultato, quello che “si vede”. E allora tutto ciò che non produce un oggetto, un protocollo, un output, diventa sospetto. Inutile. Ornamentale. Una specie di poesia fuori stagione. Eppure esiste un tipo di sapere che nasce proprio quando il mondo non si lascia usare. Quando non si lascia piegare. Quando non obbedisce. Un sapere che non corre per arrivare, ma si ferma per guardare. Che non domanda “che cosa ci faccio?”, ma “che cos’è?”. Che non chiede “a cosa serve?”, ma “a che fine?”. È un sapere che non è servo di nessuno, e proprio per questo dà fastidio: perché non si fa mettere al guinzaglio dell’utilità. C’è stato un tempo in cui questo non era un lusso da biblioteca, ma una forma di igiene dell’anima. Un allenamento a non confondere la realtà con le istruzioni per l’uso. Un modo per ricordarsi che l’essere umano non è solo un animale efficiente, ma un animale che cade in ginocchio davanti allo stupore. E spesso davanti allo stupore che fa paura: quello che ti apre e ti disorienta, quello che ti mostra che non sei padrone della scena. Oggi lo stupore è una cosa che tendiamo a trattare come un difetto del sistema. Se una domanda non produce un’applicazione, la mettiamo in standby. Se un pensiero non genera prestazione, lo chiamiamo perdita di tempo. Se un dubbio rallenta, lo consideriamo un bug. E qui arriva la parte davvero delicata: stiamo educando l’intelligenza a somigliare a ciò che la misura meglio. Se l’unico modello rispettabile di intelligenza diventa quello che calcola, allora tutto ciò che non calcola viene degradato: l’esitazione, la contraddizione, la ferita, la pietà, la tragedia, la fede (anche quella laica), l’immaginazione. E persino la coscienza, che è una cosa inefficiente per definizione: ti fa perdere tempo, ti fa tornare indietro, ti fa cambiare idea, ti fa chiedere scusa.
È qui che il rischio diventa politico, prima ancora che culturale. Perché una società che premia solo ciò che è misurabile finisce per voler misurare anche l’invisibile. E quando l’invisibile non si lascia misurare, non lo onora: lo elimina. Lo sostituisce con un’etichetta. Lo diluisce in un linguaggio generico e rassicurante, tipo quelle “scienze dell’umano” che sembrano parlare di tutto e invece non mordono niente, perché hanno paura di arrivare al punto: non sappiamo che cosa farcene del senso, quindi lo trattiamo come un argomento di contorno. E allora studiare gli antichi – senza nostalgia, senza retorica da gita scolastica, senza il teatrino del “da lì nasce tutto” – può diventare una forma di resistenza sobria. Non perché ci diano ricette. Non perché siano “migliori”. Ma perché custodiscono un gesto che noi rischiamo di perdere: l’arte di non accontentarsi del funzionamento. Non è romanticismo. È manutenzione. È ricordare che una domanda può valere più di una risposta. Che una vita perfettamente ottimizzata può essere perfettamente vuota. Che un mondo dove tutto serve a qualcosa può finire per non servire a nessuno. La filosofia – quella vera, quella che non è intrattenimento – non ti costruisce ponti e non ti cura le malattie. Ma ti impedisce di confondere un ponte con un destino, e una cura con un senso. Ti rimette davanti la domanda che la tecnica, per natura, non può amare: per che cosa? Non “per chi” (che già sarebbe qualcosa), ma “per che cosa”, cioè quale fine, quale misura non numerica, quale idea di bene, quale idea di umano. Se perdiamo questa voce interna che disturba, che non si lascia comprare con l’efficienza, diventiamo bravissimi in tutto e analfabeti della cosa principale: abitare ciò che ci accade. E a quel punto gli antichi restano davvero reperti: oggetti da museo, polvere con etichetta, cultura decorativa. Non perché siano morti, ma perché siamo noi ad aver smesso di ascoltare la parte viva che contengono: la domanda che non produce, ma salva. Salva non nel senso miracoloso. Salva nel senso più semplice e più serio: ti impedisce di diventare un ingranaggio perfetto che gira senza sapere perché sta girando.

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