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“Dimmi. Ci sono.”

Durante i compiti in classe io cammino. Non per controllo, non per collezionare sospetti come figurine, ma perché mi è sempre sembrato naturale stare lì: tra i banchi, nel corridoio stretto dove succede la parte più vera della scuola. C’è chi si perde per un dettaglio, chi inciampa su una parola, chi guarda il foglio come si guarda un mare quando non sai nuotare. E allora ci passo, mi fermo, chiedo: “Che succede?”. E se posso, rimetto a posto una formula o un concetto nella testa, non solo sul foglio di carta. Ho sempre pensato la verifica scritta come un’estensione del dialogo educativo: un dialogo più silenzioso, certo, ma pur sempre dialogo. Una conversazione fatta di segni, di tentativi, di piccoli errori che non sono colpe ma strade laterali. In fondo, se uno studente impara davvero, lo fa mentre sbaglia bene: cioè mentre prova, aggiusta, riprova. E io, lì, dovrei essere un pezzo di quell’aggiustare. Eppure succede spesso una cosa strana, ormai così comune da non fare nemmeno più rumore: io sono a un metro, e loro chiedono altrove. Si girano verso il compagno. Sussurrano. Cercano un cenno, un segnale, un “come si fa” scambiato con la rapidità con cui ci si passa un accendino. Oppure, i più smaliziati, sfidando i divieti ministeriali e interni, scivolano dentro il (secondo) cellulare, che è diventato una specie di oracolo tascabile: onnisciente, paziente, sempre disponibile, incapace di alzare un sopracciglio.
Il gruppo dei pari è casa. La rete è una città intera con le luci sempre accese. L’adulto, invece, anche quando si avvicina, resta un po’ frontiera. Non sempre, non per tutti, ma abbastanza spesso da meritare attenzione. Perché il compagno ha un vantaggio sleale: non giudica dall’alto, giudica dal fianco. È “uno di noi”. Non porta addosso il peso dei voti, non rappresenta l’istituzione, non ha la voce che può trasformarsi in sentenza. Il compagno sbaglia come te, e proprio per questo ti consola: se non capisci tu, non sei difettoso, sei normale. È un tipo di fiducia che nasce dalla somiglianza. E il cellulare… il cellulare non ti guarda. Non ha aspettative, non ha memoria, non ha quella cosa fastidiosa che abbiamo noi adulti: la storia. Lui risponde e basta. Ti dà una formula, un esempio, un passaggio svolto. Non ti chiede “perché non ci sei arrivato?”. Non ti mette davanti lo specchio. È un aiuto senza attrito, e l’attrito è ciò che spesso fa paura: l’attrito con l’immagine che hai di te quando scopri che non sei pronto come credevi.
Così succede che, durante la verifica, io divento una presenza gentile ma non necessaria. Una mano tesa che non è detto venga presa. E non perché io non serva: ma perché il bisogno, oggi, cerca prima ciò che è immediato, orizzontale, impersonale. La velocità sembra più affidabile della relazione. L’anonimato più sicuro della responsabilità. La risposta più comoda della domanda giusta. E però, nonostante tutto, io continuo a camminare.
Perché la scuola non è solo misurare. È anche insegnare a fidarsi di un essere umano quando hai un dubbio. È anche imparare che chiedere a un adulto non significa arrendersi, ma scegliere un ponte invece di una scorciatoia. È anche scoprire che una verifica può essere un pezzo di strada fatto insieme, non un muro da scalare da soli. Non sempre, non tutti, certo. Ma ogni tanto qualcuno alza gli occhi, mi cerca con lo sguardo, e senza spettacolo mi fa cenno. In quel gesto minuscolo c’è una cosa enorme: la decisione di non affidarsi solo al rumore del mondo, ma a una presenza reale. E allora capisco che il mio lavoro, in quei minuti, non è soltanto spiegare una consegna o sciogliere un dubbio. È restare disponibile, restare vicino, restare credibile. Anche quando non conviene. Anche quando l’oracolo tascabile sembra più brillante. Anche quando la tribù dei pari è più calda. Perché a scuola, come nella vita, prima o poi capita un problema che il cellulare non sa risolvere. E un compagno, per quanto caro, non può reggerti sempre. In quel momento serve qualcuno che abbia ancora il coraggio semplice di fare la cosa più antica del mondo: passare tra i banchi, fermarsi, e dire piano: “Dimmi. Ci sono.”

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