
C’è una categoria umana che mi fa sorridere più di qualunque video di gatti: quelli che sgomitano per apparire. Non per esserci davvero, no. Per comparire. Per occupare il frame, stare in prima fila, lasciare una scia luminosa anche quando la lampadina è fulminata da un pezzo. Li riconosci perché hanno perfezionato un’arte antica: l’arte di sembrare. Sembrano competenti, sembrano indaffarati, sembrano importanti. E, soprattutto, sembrano sempre nel posto giusto al momento giusto, come se il mondo fosse una grande foto di gruppo e loro avessero imparato il trucco per finire sempre al centro. Non è cattiveria: è un mestiere. Solo che è un mestiere che produce rumore, non sostanza. E alla lunga il rumore stanca.
Per anni, lo ammetto, quella gara lì ti viene voglia di correrla. Ti viene voglia di dire: “Ehi, guardate che ci sono anch’io. Guardate cosa so fare. Guardate quanto faccio.” È umano. È quasi educazione: come se il valore, per esistere, dovesse farsi timbrare da qualcuno. Come se il lavoro, se non lo sventoli, resti invisibile. E magari è pure vero, qualche volta. Poi però arriva un’età — non so se è anagrafe, carattere o semplice stanchezza — in cui ti accorgi di una cosa: dimostrare consuma. Consuma tempo, fiato, pelle. Ti porta a lavorare con un occhio sul lavoro e l’altro sul pubblico. Ti fa venire quella postura da palcoscenico anche quando stai facendo una cosa che meriterebbe silenzio. E il silenzio, a un certo punto, diventa un lusso che non vuoi più barattare. Così succede che inizi a preferire la fatica vera alla fatica scenica. Quella vera è onesta: sudi, ti impunti, sbagli, riprovi, aggiusti. Non brilla, non fa rumore, non ha bisogno di effetti speciali. È una fatica che ti sporca le mani e ti pulisce la testa. L’altra, invece, è fatta di frasi giuste, sorrisi giusti, tempismi giusti. È la fatica di stare sempre “sul pezzo” anche quando il pezzo non c’è. Io non ho più voglia di dimostrare. Non perché mi senta arrivato — anzi, chi si sente arrivato di solito ha solo smesso di camminare — ma perché ho capito che il mio lavoro non migliora quando lo racconto meglio di quanto lo faccio. Migliora quando lo faccio meglio di quanto lo racconto. E se devo scegliere dove mettere energie, scelgo lì: dentro le cose, non intorno.
Spero sempre che siano gli altri ad accorgersene. E se non se ne accorgono, pazienza: non posso trasformare la mia vita in una presentazione PowerPoint per convincere qualcuno che valgo. Mi interessa di più essere utile che essere visibile. Mi interessa di più lasciare un segno nelle cose che un’impressione nelle persone. In fondo, chi sgomita per apparire ha paura di sparire. E non lo dico con superiorità: lo dico con una certa tenerezza, perché quella paura l’abbiamo avuta tutti. Solo che a un certo punto capisci che sparire, ogni tanto, è salutare. Ti rimette a contatto con quello che sai davvero fare, con quello che fai quando nessuno guarda. E lì, in quel “nessuno guarda”, c’è spesso la parte migliore di noi: quella che lavora per bene anche senza applausi. Il resto è scena. E io, ultimamente, ho un gran bisogno di vita.