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La finestra chiusa non è una resa…

Ci sono sere in cui la vita si presenta senza bussare. Non con i grandi annunci, non con le svolte da copertina. Arriva per sottrazione: ti toglie l’aria di dosso, ti lascia addosso solo ciò che resta quando smetti di fare scena. E allora ti accorgi che la memoria non è un archivio: è un naso, una lingua, una pelle. Una somma di dettagli che, presi uno per uno, non significano niente. Presi insieme, ti fanno tremare. A volte è un profumo che riconosci con un ritardo vergognoso, come certe persone importanti: ti rendi conto di averle aspettate sempre e di non averlo mai detto. A volte è un sapore: non quello “buono”, ma quello giusto. Quello che non chiede scuse, non cerca consenso, non si fa perdonare. Ti sta davanti e basta. E poi ci sono i corpi, che sembrano argomento semplice finché non ci inciampi. La geometria segreta di un collo, per esempio: la misura esatta di una vicinanza. Le mani: non per quello che fanno, ma per come stanno ferme quando non hanno nulla da dimostrare. Gli occhi: non per quello che guardano, ma per ciò che non riescono più a mentire. In mezzo, come una parentesi che nessuno chiude, c’è il tempo. Il tempo reale: quello che serve per attraversare a piedi una città che non conosci. Non il tempo ottimizzato, non quello “utile”. Il tempo che ti costringe a diventare straniero, a chiedere indicazioni, a sbagliare strada senza poter dare la colpa a nessuno. È un esercizio di umiltà, l’unico che funziona davvero: ti ricorda che il mondo non ti deve nulla, eppure, a volte, ti regala una svolta illuminata come una sera importante. Non è buio, ma la luce sembra essersi vestita bene: come se anche lei avesse un appuntamento. E il freddo. Quello che non ti punisce, ti educa. Ti fa incrociare le braccia e scoprire che basti tu, per scaldarti un poco. Il vento, invece, fa il contrario: ti alleggerisce. Ti convince, per un attimo, che la gravità sia una trattativa e non una sentenza. Sono piccoli inganni gentili della fisica: ti mostrano quanto sei fragile e, nello stesso momento, quanto sei ancora vivo. Poi arrivano le canzoni che non sai. O meglio: non sai le parole, ma le canti lo stesso. È un gesto bellissimo e imperfetto, come tante cose che contano: partecipare senza possedere. Dire “ci sono” senza pretendere di essere competente. La vita, in fondo, è piena di cori stonati che salvano la serata più di mille assoli impeccabili. E le cose che scrivi. Quelle che, rilette, suonano male. Le virgole nervose, le frasi che cercano un posto dove mettersi per fare bella figura e non lo trovano. È lì che mi viene da sorridere: non per indulgere, ma per capire. Perché quelle storture non sono errori di stile; sono la prova che eri dentro qualcosa, che non stavi recitando. A volte la forma sbagliata è l’unica forma sincera che abbiamo. Siamo così anche nelle conversazioni: domande idiote, risposte stupide. Momenti in cui potresti essere migliore e invece sei solo te stesso, nudo, senza manuale di istruzioni. Ed è curioso come, col senno di poi, proprio quelle cose sbagliate diventino intoccabili. Non perché siano “giuste”, ma perché sono state vere. Perché hanno avuto un prezzo. E ciò che paghi, in qualche modo, ti appartiene.
Ci raccontiamo spesso che la colpa è degli altri. È una tentazione comoda: sposta il peso, alleggerisce il petto, rende la coscienza un oggetto d’arredo. Ma la verità — quella piccola, quotidiana, che non fa rumore — è che la colpa, quasi sempre, è una faccenda distribuita. Un sistema di forze: qualcuna la vedi, qualcuna no. E le scuse pronte sono come i cappotti lasciati sull’attaccapanni: utili, certo, ma non ti proteggono quando sei già fuori e piove. Eppure: il coraggio fuori luogo. Quello che non serve a vincere, serve a non tradirti. Il fango sotto alle scarpe dopo la pioggia, che ti ricorda che camminare è sporcare un po’ il mondo e poi portarselo dentro casa. È in queste cose che mi pare di riconoscere una specie di grazia: non la grazia dei santi, ma quella dei viventi. Quelli che sbagliano e non si giustificano troppo. Quelli che, anche quando inciampano, continuano a fare un passo. Alla fine, come succede nelle notti oneste, ti alzi. Chiudi meglio la finestra. Metti un argine minimo al vento, non per paura ma per cura. E torni a dormire. Non perché hai risolto. Ma perché hai capito che certe domande non chiedono risposta: chiedono soltanto di essere tenute con te, con la stessa delicatezza con cui tieni una canzone di cui non conosci le parole, e la canti lo stesso.

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