
Rimango in silenzio. E non capisco più se sono minuti o ore, perché qui il tempo non ha strumenti: non ticchetta, non misura, non pretende. Semplicemente sta. Come stanno certi mobili quando nessuno li usa davvero: sembrano immobili, e invece trattengono. La sala da pranzo dei miei genitori ha sempre avuto un nome sproporzionato rispetto alla sua vita reale. “Sala da pranzo”, e poi ci abbiamo pranzato dieci volte, forse meno. Il resto del tempo è stata una stanza di passaggio, una stanza di rispetto. Da bambino ci entravo con un timore dolce, quello che si prova davanti a qualcosa di grande che non si sa nominare. Mi attiravano i cassetti, la loro moltitudine ordinata, la promessa che custodivano senza parlare. Era un’archeologia domestica: resine antiche, lucentezze scure, profondità che parevano non finire mai. Io, piccolo e senza contorni definitivi, cercavo un naufragio. Lo schianto di una nave. La possibilità, in fondo, di perdermi per poi ritrovarmi diverso.
Ora entro nello stesso punto, sulla stessa soglia, e tutto sembra identico. Ma so che non è vero: sono passati anni, decenni, alcune vite. La stanza è più fredda — o forse sono io ad avere meno pelle. La barba, che dovrebbe darmi una forma adulta, mi rende invece più incerto: come se la maturità fosse un vestito che non cade mai perfettamente addosso. E poi c’è quella cosa che non si dichiara, ma si porta: essere padre. È una cicatrice viva e bellissima, un segno inciso che ti cambia il modo in cui guardi perfino i cassetti degli altri. Perché a un certo punto ti accorgi di essere diventato anche tu un custode: di ricordi non tuoi, di futuri che non ti appartengono del tutto, di fotografie che un giorno qualcuno rovisterà.
È la vigilia di Natale, e come ogni vigilia torno qui a fare la stessa piccola liturgia: apro i cassetti per ritrovarmi. Lo faccio con una frenesia quasi ridicola, come se dovessi recuperare un oggetto perso prima che qualcuno spenga la luce.
Le ore sono poche, e io cerco le tracce di quello che ero: la prova che sono esistito davvero in quei giorni in cui tutto era enorme e io ero soltanto un’ipotesi. Le foto sono lì: noi figli congelati in un istante che credevamo infinito. Facce care che adesso sono lontane in un modo che fa male anche quando sorridi. Volti familiari che il tempo ha stravolto con la sua calma da artigiano: senza cattiveria, senza fretta, ma senza sconti. E allora i tempi non combaciano più. Non riesco a razionalizzare: i fatti scivolano, le emozioni scompaginano, le date non reggono il peso di ciò che significano. Ogni immagine è una porta che si apre su un corridoio senza cartelli. Eppure, in mezzo a questi cassetti, succede una cosa semplice: il tempo diventa generoso. Non perché restituisca ciò che ha tolto — quello non lo fa mai — ma perché concede un’illusione gentile: quella di poter ancora toccare il passato senza farsi troppo male. Di riconoscersi, anche solo per un attimo, in una postura, in un sorriso storto, in una maglia dimenticabile. Richiudo. Rimango in silenzio un altro po’. E penso che forse la vigilia, più che una festa, è questo: un tentativo ostinato di rimettere insieme i pezzi senza fingere che siano interi. Un modo sognante e goffo di dirsi: sono stato quello, sono questo, e domani — se il tempo vorrà — sarò altro ancora.
Poi esco dalla stanza. Ma porto addosso una traccia sottile, come la polvere sulle dita dopo aver rovistato. Una prova minima, eppure sufficiente: in questa casa, almeno qui, non sono soltanto passato.
👏👏