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La mattina presto…

La mattina presto ha un pudore tutto suo: non ti chiede niente, non ti vende niente, non si mette in posa. È lì, nuda, con quella luce che non ha ancora imparato a mentire.
Mi piace la mattina presto perché non è un orario, è una condizione mentale. È il momento in cui il mondo non ha ancora iniziato a parlare, e quindi non può coprire quello che, da dentro, continua a bussare. Fuori non c’è rumore, e allora senti più forte il rumore tuo: quello che durante il giorno spingi negli angoli, lo copri con le notifiche, lo affoghi nella lista delle cose da fare, lo metti a tacere con la scusa che “adesso non posso”. La mattina presto non accetta scuse. Ti guarda e basta. E tu, che magari sei pure bravo a raccontarti storie, per qualche minuto non hai il tempo di preparare la scenografia. Ci sono rotture che non fanno il rumore del vetro. Non esplodono. Non cadono a terra. Sono crepe sottili, educatissime, che imparano a convivere con te. Le chiami stanchezza, le chiami carattere, le chiami “è un periodo”. Le lasci lì, a fare il loro mestiere: allargarsi piano, senza disturbare. Finché un giorno ti accorgi che non è più una crepa: è un modo di stare al mondo. E allora sì, la mattina presto diventa utile. Non perché guarisca, ma perché illumina. Ti dice dove fa male senza alzare la voce. Ti concede una sincerità che il resto del giorno non ti permette, perché poi devi essere pratico, devi rispondere, devi funzionare, devi sorridere “per finta” con quell’abilità che hai imparato guardando i film, imitando i protagonisti: passo sicuro, sguardo dritto, battuta pronta. Un corpo che recita bene, anche quando dentro ha paura. Ecco: alzarsi presto non è disciplina, non è performance, non è quella roba da frasi motivazionali con la tazza di caffè e il mare sullo sfondo. Alzarsi presto è coraggio. È scegliere di incontrare un giorno nuovo quando ancora non hai le difese pronte. Quando sei più vero e quindi più esposto. A far tardi sono buoni tutti: si dilata la sera perché è calda, perché consola, perché ti permette di rimandare. La mattina presto invece è un treno che passa e ti chiede se sali, adesso, con quello che sei. Senza trucchi.
E poi c’è la libertà. Quella piccola, concreta, clandestina. Se esci in bicicletta la mattina presto la città è un’altra città: i semafori sembrano consigli e non ordini, le strade sono corridoi vuoti dove puoi persino cantare, gridare, piangere. Piangere, se sapessi ancora come si fa.
Che cosa strana, questa incapacità di piangere: non è forza, non è maturità. È spesso una forma di aridità che ci siamo guadagnati a furia di resistere. È come se avessimo imparato a trattenere tutto così bene da trattenere anche ciò che ci salverebbe. E la mattina presto, con la sua luce onesta e le sue strade semideserte, ti mette davanti proprio questo: non tanto il dolore, ma l’addestramento al dolore. La postura che hai preso per non crollare. La lingua che hai imparato per non chiedere. Mi piace la mattina presto perché con tutto quel tempo a disposizione ti sembra davvero di poter fare tutto: le cose che rimandi da mesi, le telefonate che ti pesano, le pagine che vorresti scrivere, i pezzi di te che vorresti rimettere a posto “con calma”. La mattina presto ti illude nel modo più bello: ti dà l’impressione che il tempo sia tornato largo, che non ti stia più inseguendo. E in quell’illusione c’è una tenerezza enorme: somiglia a un perdono. Come se il giorno ti dicesse: “Riproviamo. Ripartiamo da capo. Forse oggi ce la fai.”
Poi, certo, a metà mattina il mondo si sveglia davvero. Arrivano i rumori, le urgenze, le facce, i doveri, le conversazioni in cui devi essere presente anche quando vorresti sparire. Arriva la solita recita dell’adulto che regge tutto, che non si scompone, che ride al punto giusto. E tu torni dentro il traffico del tempo.
Ma quella mezz’ora prima resta. È tua. Non la possono toccare. E a volte mi viene da pensare che sarebbe bellissimo se per un giorno intero restassero tutti a dormire. Non per egoismo, non per disprezzo: per avere una tregua. Per vedere come sarebbe un mondo senza la pressione di dover essere sempre “a posto”. Un mondo in cui il silenzio non è un’eccezione ma un diritto. In cui puoi ascoltarti senza sentirti in colpa. Forse non serve davvero che tutti dormano. Forse basta imparare a ritagliarsi un angolo di mattina presto dentro qualunque giornata: un momento in cui smetti di fingere, un momento in cui non devi convincere nessuno. Un momento in cui puoi guardare ciò che si è rotto — e, senza eroismi, senza proclami — cominciare almeno a pulire i bordi.
Non riparare tutto, no. Quello è un lavoro da vita.
Ma almeno riconoscere il punto esatto in cui ti sei lasciato indietro. E dirti, a bassa voce, come si dicono le cose importanti: “Ti vedo.”

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