
Ci sono giorni in cui non stai cercando una soluzione. Stai cercando una presa. Non una risposta definitiva, non la verità con la V maiuscola, non la diagnosi impeccabile o il consiglio illuminato. Cerchi qualcosa che ti impedisca di scivolare ancora un po’ più giù. Qualcosa che faccia attrito, anche minimo, contro la caduta. È in quei giorni che il mondo, quello ufficiale, quello ben vestito, quello dei “si rivolga a…”, sparisce. Restano numeri occupati, agende piene, costi che non puoi sostenere, attese che non coincidono con l’urgenza che senti addosso. Restano i “non ora”, i “ripassi”, i “vediamo”. Resti tu, con una domanda che pesa più del previsto. E allora succede una cosa che a molti dà fastidio: parli con chi c’è. Non perché sia il migliore. Non perché sia il più competente. Ma perché è lì.
A volte abbiamo costruito una mitologia della scelta consapevole che non tiene conto di un dettaglio fondamentale: non sempre si sceglie. Spesso si ripiega. Si devia. Si improvvisa. Si usa quello che passa il convento, perché il convento, quel giorno, è chiuso. C’è un racconto molto diffuso, rassicurante, che dice più o meno così: “Se hai un problema serio, rivolgiti a un professionista”. È un bel racconto. Ordinato. Educativo. Peccato che dia per scontata una cosa che scontata non è: l’accesso. Il tempo. La possibilità concreta di farlo. Come se bastasse sapere cosa sarebbe giusto fare per poterlo fare davvero. La realtà è meno elegante. La realtà è fatta di scelte che non sono tra il bene e il male, ma tra il poco e il niente. Tra restare soli con un pensiero che gira a vuoto e provare a metterlo in fila, anche male. Tra affidarsi all’istinto — che spesso minimizza, rimuove, sabota — e appoggiarsi a qualcosa che almeno prova a restituirti una struttura, un lessico, una mappa approssimativa del territorio. Non è una resa. È un tentativo. Eppure c’è chi osserva tutto questo con una certa sufficienza. Chi parla di irresponsabilità, di pigrizia intellettuale, di delega pericolosa. Chi può permettersi di dire “mai lo farei”, perché ha sempre avuto un’alternativa migliore a portata di mano. È una critica che suona pulita solo se pronunciata da lontano. Da vicino, somiglia molto a un privilegio che non si riconosce.
Perché quando hai accesso, il problema è l’etica. Quando non ce l’hai, il problema è resistere. Resistere a una notte che non passa. A un dubbio che cresce. A una sensazione di essere lasciati indietro, mentre tutti gli altri sembrano sapere a chi rivolgersi, cosa fare, come muoversi. C’è chi usa strumenti imperfetti per capire se un dolore va ascoltato o ignorato. Chi li usa per rimettere ordine dopo una perdita, non per guarire, ma per non affondare. Chi per studiare, per tradurre, per farsi spiegare un mondo che parla troppo veloce e con parole sempre meno inclusive. Chi per orientarsi in una burocrazia che sembra progettata apposta per scoraggiare.
Non è fiducia cieca. È presenza.
La presenza di qualcosa che risponde quando tutto il resto tace. Che non giudica, non sospira, non guarda l’orologio. Che non ti dice “questa domanda è banale” o “non è il mio campo”. Che resta lì anche quando torni sulla stessa frase, sullo stesso nodo, dieci volte. Non sostituisce. Non cura. Non salva. Ma accompagna. E, a volte, accompagna è tutto quello che serve per arrivare al giorno dopo.
Forse il problema non è chiedersi se sia giusto usare certi strumenti. Forse il problema è chiedersi perché, per così tante persone, siano diventati l’unico punto di contatto con una forma di ascolto. Perché la società che predica competenza ha smesso di garantirne la prossimità. Perché abbiamo normalizzato l’idea che chi resta indietro debba arrangiarsi in silenzio. Viviamo davvero in un mondo a due velocità. In uno si discute di limiti, di regolamentazioni, di usi corretti. Nell’altro si cerca solo di non rompersi del tutto.
E nel mezzo c’è chi, senza fare proclami, senza ideologia, senza illusioni, usa quello che trova per restare a galla. Non per essere migliore. Non per essere più furbo. Ma per non sparire. Forse, prima di giudicare, dovremmo imparare a guardare da dove parlano gli altri. E chiederci se, al loro posto, avremmo davvero avuto il lusso di fare una scelta diversa.