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Il sapere mangiato in piedi…

C’è stato un tempo in cui la scuola aveva l’odore dei posti importanti. Non perché fosse bella — spesso era grigia, sbrecciata, con le finestre alte e le sedie che scricchiolavano come vecchie promesse — ma perché dentro ci si entrava con una certa postura del cuore. Quella di chi non sa ancora tutto, e proprio per questo ha rispetto. Quella di chi sente, confusamente, che lì si gioca una partita che non è solo “studiare”: è imparare a diventare una persona che regge il mondo senza farsene schiacciare. E dentro quel mondo, l’insegnante era una figura semplice e quasi impossibile: uno che sapeva. Non nel senso arrogante del “so più di te”, ma nel senso più raro: uno che faceva da ponte. Ti prendeva per mano tra ciò che eri e ciò che non sapevi ancora nominare. Era un mediatore — come certi traduttori che non si limitano a rendere le parole, ma rendono possibile l’incontro.
Poi, lentamente, è cambiata la scenografia. Senza un fragore. Senza una rivoluzione. Con la delicatezza cattiva delle cose burocratiche: arrivano sempre dicendo che è per il tuo bene. La scuola ha iniziato a somigliare a un ufficio con troppe stampanti e poca aria. Non perché manchi l’umanità — l’umanità c’è ancora, ostinata, dentro gli occhi dei ragazzi e nei nervi scoperti di chi insegna — ma perché la struttura si è messa a parlare un’altra lingua. Una lingua fatta di sigle, griglie, piani, moduli, allegati, “evidenze”. Una lingua che non racconta più la conoscenza: racconta la conformità.
Il paradosso è che lo si nota soprattutto nei mesi. In quel calendario storto in cui l’anno scolastico non è più il tempo della crescita, ma la corsa a produrre prove dell’avvenuta crescita. Come se l’apprendimento fosse un documento da timbrare.
All’inizio dell’anno si scrive quello che si farà. Non perché lo si voglia pensare — pensare davvero, con quella serietà creativa che è la cosa più vicina all’amore — ma perché lo si deve mettere in un formato. Poi passa un po’ di tempo, e arriva la stagione in cui bisogna dimostrare che quello che si era promesso è in corso. E poco dopo, con una puntualità quasi comica, arriva l’altra stagione: quella in cui si deve già scrivere come si recupererà ciò che non si è riusciti a fare. Una narrazione preventiva del fallimento, con tanto di strategie “individualizzate” che somigliano spesso a cerotti messi su ferite che nessuno ha avuto il tempo di guardare davvero.
Intanto, la didattica — quella vera, quella che è fatta di tentativi, di attenzione, di deviazioni improvvise perché una domanda bella ha cambiato la lezione — si arrangia negli interstizi. Come la vita nei corridoi. Come una conversazione rubata tra una campanella e l’altra. Come un gesto di cura fatto di fretta. E succede una cosa che, se la dici così, sembra una frase da nostalgico: le verifiche smettono di essere uno strumento e diventano un bisogno. Non più “verifico per capire cosa è passato”, ma “verifico perché mi serve un voto”. Il voto come carburante. Come tassa da pagare per far funzionare la macchina. E la macchina, si sa, non ama le pause. Non ama i dubbi. Non ama le lentezze intelligenti. In questo quadro, l’insegnante non è più — o non viene più trattato come — l’artigiano del sapere. Non quello che “trasmette nozioni”, ma quello che prepara il terreno, dosa, sceglie, semplifica senza banalizzare, complica senza umiliare. L’insegnante come un cuoco vero: non ti riempie, ti educa al gusto. Ti fa scoprire che la conoscenza non è solo utile, è anche buona. E invece oggi, troppo spesso, sembra che gli si chieda di assemblare. Di produrre unità, evidenze, pacchetti. Un sapere porzionato, standardizzato, facilmente verificabile, facilmente registrabile. Un sapere che non deve necessariamente nutrire: deve “risultare”. Il problema non è che il mondo sia cambiato. Il problema è che abbiamo confuso l’accesso all’informazione con la presenza della conoscenza. Abbiamo scambiato la disponibilità di contenuti per educazione. Come se bastasse avere una dispensa per avere una mente. Come se bastasse un catalogo infinito di risposte per sapere quali domande valgono la pena. E qui l’insegnante servirebbe più di prima. Proprio perché fuori c’è tutto. Proprio perché c’è troppo. Proprio perché le “praterie” del sapere sono anche praterie di fumo, di imitazioni, di convinzioni urlate. In un mondo così, la funzione del docente non è fare da megafono: è fare da filtro. Da criterio. Da allenatore dello sguardo. Ma per fare questo ci vuole tempo. Ci vuole silenzio. Ci vuole la possibilità di sbagliare un’ora perché una cosa importante è emersa e merita di essere capita. Ci vuole l’autorità vera — che non è autoritarismo, è responsabilità — di dire: oggi non corriamo. Oggi stiamo qui, finché questa cosa non diventa nostra. E invece il ritmo imposto dall’alto — sempre più rapido, sempre più misurabile, sempre più “rendicontabile” — sta trasformando la scuola in un posto dove si mangia in piedi. Confezioni lucide. Sapori forti. Poca sostanza. Un fast food dell’apprendimento: veloce, uniforme, apparentemente efficiente. E, dopo un po’, ti accorgi che non ti ha nutrito davvero. Ti ha solo riempito.
Non è un’accusa a qualcuno in particolare. È una tristezza di sistema. È un modo di intendere l’istruzione come un processo industriale, dove la cosa più importante non è la qualità della trasformazione, ma la tracciabilità della trasformazione. Dove conta più la prova di aver fatto che l’aver fatto bene. E allora l’insegnante — quello che un tempo sembrava un oracolo, o semplicemente un adulto competente a cui affidare le tue domande — viene spinto verso un altro ruolo: quello dell’esecutore. Quello che compila, registra, protocolla, adegua. Quello che deve dimostrare di essere “in regola”, come se il cuore del mestiere fosse la regola e non l’incontro. La cosa più amara è che, nonostante tutto, molte persone continuano a insegnare davvero. Lo fanno controvento. Lo fanno rubando minuti. Lo fanno mettendo pezze con l’intelligenza e con l’affetto professionale, che è una forma particolare di tenerezza: quella che non ti fa sconti, ma ti lascia spazio per crescere. E forse la speranza sta proprio lì: nel fatto che la scuola reale non coincide mai del tutto con la scuola scritta nei moduli. La scuola reale è fatta di corpi presenti, di sguardi, di stanchezze, di improvvise illuminazioni. È fatta di quella cosa fragile e potentissima che nessuna griglia sa misurare: un ragazzo che capisce. E, per un secondo, si sente più grande. Se la scuola sta declinando, non è perché l’insegnante non vale più. È perché lo stiamo spostando lontano dal suo posto naturale: quello vicino alle domande. E quando allontani un adulto competente dalle domande dei ragazzi, non perdi solo un mestiere: perdi un futuro un po’ più sensato. Il resto — i moduli, le sigle, le scadenze — è rumore. Necessario, forse. Ma rumore. E il sapere, quando diventa rumore, smette di essere sapere. Diventa soltanto una cosa che “si fa”. Come una pratica. Come una firma. Come un pasto ingoiato senza gusto. E nessuno, davvero nessuno, cresce bene così.

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