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M’insegnavate come l’uom s’etterna…

Ci sono parole che ti vengono addosso come certi profumi: non li hai scelti, eppure ti restano addosso per ore. Ti precedono. Dicono qualcosa di te prima ancora che tu apra bocca. “Professore” è una di quelle. Ha un suono antico, quasi liturgico. E dentro, se ci fai attenzione, c’è un gesto preciso: professare. Dichiarare pubblicamente. Metterci la faccia, la voce, la responsabilità — come se il sapere non fosse una cosa che possiedi, ma una cosa di cui rispondi. È curioso che una parola così contenga già il rischio. Perché chi professa non sussurra: espone. E l’esposizione, anche quando è gentile, ha sempre qualcosa di imbarazzante. Come se nominare quel ruolo fosse già un’auto-dedica, un “eccomi” che suona più grande di quanto uno si senta. Forse per questo si usa con cautela. Non per modestia, ma per pudore: quello stesso pudore che si ha quando si tocca qualcosa di fragile e prezioso e si teme di sporcarlo soltanto guardandolo. 

Poi c’è Dante. E Dante è sempre il posto dove le parole si mettono in ordine senza diventare fredde. C’è quel passaggio — quasi un nodo in gola scritto bene — in cui la gratitudine non è una formula, ma una ferita luminosa. Non ringrazia per un programma svolto, per una disciplina, per un mestiere: ringrazia per una direzione. 

M’insegnavate come l’uom s’etterna.” 

È un verso che non parla di scuola, eppure parla di scuola più di mille discorsi. Perché non riguarda ciò che si impara, ma ciò che resta. La forma che prende una vita quando qualcuno, per un po’, ti sta accanto e ti allena lo sguardo. Ti fa vedere meglio. Ti fa credere — senza retorica — che la durata esista, che qualcosa possa superare l’oggi, persino quando l’oggi è un giorno qualunque. E allora capisci che certi insegnamenti non sono spiegazioni: sono impronte. Non hanno il rumore dell’evento, hanno la discrezione della manutenzione. Si depositano a piccole dosi: una frase detta “ad ora ad ora”, un richiamo, un esempio, una severità che non umilia, una pazienza che non si vanta. È qui che la parola “professore” torna a essere ambigua e bella. Non un titolo, ma una posizione nel mondo. Non una laurea appesa, ma un modo di stare: essere, per qualcuno, l’istante in cui il caos prende una forma. Il punto in cui l’aria si fa respirabile. E forse il rispetto profondo che certi vocaboli impongono nasce da questo: dal fatto che nominano cose che non si controllano. Perché si può insegnare una scienza, sì. Ma si finisce sempre per insegnare anche un tono, una postura, un’idea di ciò che è degno. Si finisce per lasciare, senza volerlo, un segno nell’immaginazione di qualcun altro. Per questo quella parola si pronuncia meglio a bassa voce. Come si fa con i nomi che non andrebbero mai usati per vantarsi. Come si fa con le cose che, se le dici troppo chiaramente, evaporano. E in fondo è questo il paradosso più tenero: che una parola nata per “dichiarare pubblicamente” chieda, a chi la porta, di restare discreto. Di essere vero, senza essere vistoso. Di reggere il peso dell’eterno con la leggerezza di un gesto quotidiano.

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