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Febbre buona…

Ci sono vizi che non sanno farsi scena. Non fanno rumore nei bagni dei locali, non lasciano bruciature sul tavolo della cucina, non ti cambiano la faccia in un’ora. Sono vizi educati, quasi domestici: si presentano con un odore di carta e col pretesto indecente di “crescere”. E invece no: cresci, sì, ma come crescono certe radici. Senza chiedere permesso. Senza luci. Con un’ostinazione che, a ripensarci, somiglia più a un delitto che a un merito.
Leggere I fratelli Karamazov non è la versione colta di un sabato sera. Non è nemmeno una prova di virtù. È semmai un modo molto particolare di sperperare: tempo, attenzione, sonno; e dunque denaro — il proprio, o quello con cui ti tengono in piedi le persone che ti vogliono bene e non sospettano niente. Perché la lettura di certi libri, quando ti prende sul serio, somiglia a una sottrazione: ti leva ai rigori del mondo, e tu ti fai levare senza opporre resistenza, anzi: collabori.
A tredici anni, poi, questa sottrazione ha il sapore assoluto delle cose proibite che non sanno di proibito. Non avevo ancora imparato le grandi parole con cui si giustificano gli eccessi (“passione”, “formazione”, “esperienza”). Avevo solo una fame precisa e un corpo che non distingueva tra la febbre vera e quella che conviene. Così mi si dice — e lo dico come si dicono certe leggende familiari, quelle che fanno ridere dopo e fanno paura prima — che un ragazzino, in tempo di scuola, si sarebbe messo a strofinare con zelo la punta del termometro, nei tepori sospetti del letto, per guadagnarsi sedici giorni di tregua. Sedici giorni non dalla scuola: dal mondo. Sedici giorni di corridoio lungo e silenzioso in cui passare, tutto di fila, tra i Karamazov come si passa tra stanze piene di gente che ti riguarda troppo. Si narra, sì. Ma quando la storia la racconti tu, e ti accorgi che la voce cambia su certe sillabe, la parola “si narra” perde la sua comoda distanza: diventa confessione travestita.
Il particolare più comico — e dunque più vero — è quel “massimo zelo”. La disciplina applicata al vizio è sempre la cosa più imbarazzante di tutte. Uno dovrebbe essere dissoluto con sciatteria, invece no: ci metti metodo, pazienza, dedizione. Sei più professionale quando sbagli che quando fai il bravo. E questo, forse, è il primo insegnamento segreto di Dostoevskij: che la colpa non è sempre un inciampo; a volte è un progetto. Da allora quell’io — che per comodità continuo a chiamare “io”, pur sapendo che ormai è diventato un’altra creatura, con le mani più stanche e le scuse più elaborate — pratica la lettura con una perseveranza che non saprei difendere in tribunale. Non perché sia migliore: perché ha trovato un vizio che lo fa sentire innocente. La lettura è perfetta per questo: non sporca nulla fuori, ma fa un disordine impressionante dentro. Ti permette di coltivare un eccesso dandogli il nome di “abitudine buona”, e intanto ti lascia addosso quella voluttà inconfessabile di chi sa di star rubando qualcosa — ore, concentrazione, pezzi di vita — senza che il mondo se ne accorga.
Certo, anche qui c’è il rischio: ci si imbatte in schifezze. Si legge male, si legge scioccamente, si legge per vanità. E si inciampa, come inciampa chiunque cammini tanto. Ma il punto è che, a tredici anni, uno non ha ancora il gusto fine del dettaglio: è di bocca buona. Si beve tutto. E questo “tutto” includeva anche una traduzione indecente, probabilmente passata per il francese come certe confidenze passano per troppe bocche e arrivano storte. A tratti era oscena, incasinata: ma non importava. A quell’età, il capolavoro si impone anche travestito. Lo riconosci lo stesso, come riconosci una voce amata anche se gracchia al telefono.
Poi cresci e ti accorgi che la forma conta. Non per snobismo: per giustizia. Ti accorgi che vuoi rientrare in quel libro con scarpe diverse, magari con una traduzione che non ti tradisca. E allora, quando ti capita tra le mani un’edizione Einaudi, con la traduzione di Agostino Villa, succede una cosa strana: non è solo la voglia di rileggere. È la voglia di ripetere un peccato, ma meglio. Come se tu potessi rifare quel furto — tempo, sonno, mondo — con una raffinatezza maggiore, quasi a renderlo finalmente legittimo. E qui c’è un’altra piccola verità che mi diverte e mi inquieta: noi chiamiamo “buoni propositi” anche le ricadute. “L’anno prossimo lo rileggo”, diciamo, come se fosse una dieta, una palestra, un atto di salute. E invece no: è un ritorno. È la fedeltà ostinata a un vizio che ci ha fatti e che continua a farci, perché in certi libri non entri soltanto: ci vivi. E quando ne esci, non sei esattamente libero. Sei, al massimo, consapevole di quanta libertà sei disposto a barattare per una bellezza mostruosa. Per questo io, finché la cosa non sarà perseguibile a termini di legge, continuerò a sobillare chiunque a leggere I fratelli Karamazov. Lo farò con quel tono leggero con cui si consigliano le rovine più belle: “Vai, ma non dire che non ti avevo avvertito.” Perché è un’avventura, sì, ma non nel senso allegro del termine. È un’avventura che ti prende sul serio. Ti mette davanti alla parte più nuda di te e, se sei fortunato, non ti consola. Eppure — o proprio per questo — fidati. Fidati di un vizio che non fa scintille, ma scava. Fidati di una febbre che non si misura col termometro. Fidati di quell’ostinazione nell’errore che, ogni tanto, è l’unico modo che abbiamo per incontrare davvero qualcosa di grande. E se ti manca il coraggio, pensa a quel tredicenne: a quanto era ridicolo, a quanto era determinato, a quanto era vivo. Poi chiudi la porta, spegni la luce, e comincia.

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