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Ecco perché fotografo…

A volte fotografo come si fa una passeggiata lenta: senza un motivo preciso, ma con una specie di attenzione gentile. Non per “fermare” qualcosa — che suona sempre un po’ solenne — e neppure per dimostrare. Più semplicemente: per restare. La cosa strana è che, poi, non resto io. Restano loro: le cose minute. Quelle che non ti parevano importanti mentre le vivevi, e invece erano tutto.
Una fotografia, per me, funziona così: non racconta, riporta. Ti prende per il polso e ti rimette nella stessa aria. Nella stessa luce. Ti fa tornare addosso la temperatura, che è l’unica memoria davvero sincera. Basta poco. Una vecchia immagine, una scena apparentemente normale — e all’improvviso risalgono dettagli che non sapevi di avere conservato: i pantaloni corti, le gambe tormentate dalle zanzare; la polvere che entra ovunque, persino nei pensieri; il passo spedito sulle pietre, in mezzo a niente, senza case a intralciare la vista. E poi il mare, che non è “paesaggio”, ma pelle: la salsedine morbida che si attacca e ti avvolge, il corpo sdraiato come se dovesse imparare di nuovo il peso. Le caviglie nel grano che punge, i polsi nell’acqua, la faccia piegata alla terra: non come posa, ma come abitudine antica, quasi una grammatica.
Le fotografie, certe volte, sanno anche riportare la casa senza doverla mostrare. Le donne mute con la farina fino ai gomiti, la schiena che riposa solo quando il pasto arriva in tavola. Le giacche sdrucite, poche lezioni — giusto il minimo per imparare a firmare. La firma come un gesto serio, più serio del nome: “io esisto”. E arrivano i particolari che fanno sorridere piano, perché sono veri e non chiedono niente: le uova rubate al sonno del fattore, il vino sempre sottochiave come se fosse un sentimento delicato. Il formaggio in soffitta, il latte nel secchio. I romanzi a due lire letti all’ombra di una pianta nell’orto, con quella felicità discreta di chi ha poco e, proprio per questo, sa stare fermo. Poi, senza avvisare, la fotografia sposta l’inquadratura dentro le persone. Ti restituisce una educazione grezza, fatta di sguardi e silenzi. Il pudore inflitto a schiaffi. Le madri sveglie prima del giorno. Otto in un letto. E non c’è bisogno di commentare: è tutto lì, come un rumore basso che si sente solo quando la stanza tace.
Ma nello stesso fotogramma — o nello stesso ricordo — entra anche lo stupore. I bambini che guardano divise cucite addosso a strani americani, come se il futuro avesse scelto proprio quel vicolo per passare. La prima gomma da masticare, masticata con la serietà di un rito. I balli proibiti sotto gli occhi dei padri. L’amore senza toccarsi, fatto soltanto di sguardi: eppure pienissimo.
Ecco perché fotografo: perché certe vite non “passano”. Si depositano. Nella paglia bagnata. Nell’odore di erba appena tagliata. Nei solchi della terra appena smossa. Tra i rovi dove si nascondono frutti dolci e selvatici. Io premo un pulsante, sì. Ma quello che cerco non è l’immagine. È il varco.
Una fotografia buona, per me, è quella che non fa rumore e non fa spettacolo. Ti avvicina e basta. E mentre la guardi ti accorgi che stai camminando senza meta, senza motivo — e che, in qualche modo quieto e misterioso, ci sei di nuovo dentro.

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