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La Befana…

La Befana con la scopa fa quello che sa fare meglio—rimette in ordine il calendario, allinea le ore, chiude le parentesi aperte delle feste. E mentre spazza via le briciole di panettone e l’ultimo fondo di pigrizia buona, lascia dietro di sé una specie di velo: sottile, quasi educato. Una tristezza normale, di quelle che non fanno male, ma si appoggiano sulle cose come la polvere sulle mensole.
Non è che tornare a lavorare sia brutto.
È che il lavoro ha una voce precisa, un passo deciso, pretende una forma. Stare a casa a studiare, invece, è un’altra grammatica. È un tempo che non corre: si distende. È il tavolo che diventa un porto, la penna una piccola bussola, le pagine un modo gentile di restare in silenzio senza sentirsi soli. È quella libertà strana e pulita di scegliere l’ordine delle cose: prima un capitolo, poi un caffè, poi una frase che ti resta addosso e non sai bene perché.
E allora sì, domani ricomincia.
Ma oggi—oggi ancora no.
Oggi la scopa è già nell’aria, però il pavimento non è del tutto asciutto: conserva l’impronta delle vacanze come una luce che si ostina a rimanere nei corridoi, anche quando fuori è già sera.

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