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La scopa di Don Abbondio…

«È stata un gran flagello questa peste, ma è anche stata una scopa.»

Manzoni affida a una riga sola una verità che fa male proprio perché è semplice: alcune catastrofi non si limitano a distruggere, ma rivelano. Non aggiungono qualcosa al mondo: tolgono il superfluo, strappano i veli, costringono le persone a mostrarsi per quello che sono, quando la scena non permette più trucco. Il flagello è ciò che vediamo per primo: il dolore che non chiede permesso, la perdita che non contratta, la paura che prende possesso dei gesti quotidiani e li rende sospetti. È l’aria che cambia peso. È la vita che, improvvisamente, smette di essere un’abitudine e diventa un evento.Poi, con un cinismo quasi imbarazzante, arriva l’altra metà della frase: la scopa.
La scopa non “purifica” in senso romantico. Non è una promessa morale, non è un premio nascosto nel disastro. È qualcosa di più crudo: un meccanismo. Quando il mondo stringe, quando le risorse si assottigliano, quando il tempo diventa una cosa concreta e non un concetto, certi personaggi non reggono la luce. Vengono via come polvere vecchia. Non perché improvvisamente la società diventi più giusta, ma perché la realtà — per una volta — non concede loro spazio.
Ci sono esseri umani che prosperano solo nel confuso, nel rinvio, nella chiacchiera senza conseguenze. Gente che vive di interstizi: promette, rimanda, sfrutta, resta sempre un passo indietro rispetto alla responsabilità. Finché tutto scorre, possono confondersi con il resto. Quando invece arriva la peste — qualsiasi peste: una malattia, una guerra, un crollo, una crisi — l’interstizio si chiude. Il margine sparisce. E il gioco finisce. È qui che Manzoni è feroce, ma anche lucidissimo: la tragedia, a volte, interrompe la carriera degli impuniti.
Eppure, in quella “scopa”, c’è qualcosa che inquieta più del flagello stesso. Perché implica una domanda che non vorremmo farci: quanti “certi soggetti” tolleriamo quando la vita va bene? Quanta finta incompetenza premiamo, quanta meschinità normalizziamo, quanta piccola crudeltà lasciamo passare come “carattere”, “necessità”, “furberia”? La peste, in questo senso, non crea mostri: riduce il rumore e lascia in piedi le voci essenziali. Fa emergere chi sa portare un peso senza vantarsene. Chi cura senza chiedere applausi. Chi condivide senza la teatralità della bontà. E, al contrario, scopre i mestieranti dell’anima, quelli che per esistere hanno bisogno di un pubblico distratto.
La frase di Manzoni non consola. Non dice che dal male nasce bene. Dice che, nel male, qualcosa si vede. E quello che si vede non è sempre edificante, ma è utile: perché obbliga a fare inventari. Dopo, quando tutto passa, la tentazione è sempre la stessa: rimettere la polvere sotto il tappeto e chiamarla normalità. Riaccogliere i “certi soggetti” per stanchezza, per abitudine, per quella strana paura di restare senza comparse. Ma se c’è un punto sottile, quasi morale, in quella scopa, è questo: ricordarsi la nitidezza. Non la sofferenza — quella la ricorda il corpo da solo — ma la chiarezza. Che certe persone non erano inevitabili. Erano solo tollerate. E che la vita, ogni tanto, ci mostra quanto spazio stiamo regalando a ciò che non lo merita.
Forse è questo, alla fine, il dettaglio più umano di quella frase: l’idea che non sempre riusciamo a liberarci di ciò che ci avvelena con la sola volontà. A volte serve un urto esterno, una svolta brutale, una perdita che ci costringe a scegliere. È ingiusto, sì. È anche vero. E allora la domanda non è se la peste abbia “servito” a qualcosa — domanda crudele, quasi offensiva. La domanda è più piccola, più pratica, più nostra: quando la scopa passa, noi che cosa impariamo a non rimettere più in casa?

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