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La resistenza alle IA non è tecnica: è identitaria

Ci sono epoche in cui la paura cambia solo maschera, come quelle commedie in cui gli attori escono di scena e rientrano con un cappello diverso, convinti di essere irriconoscibili. Ieri erano le onde nell’aria: invisibili, quindi perfette per ospitare l’ansia. Oggi è un’intelligenza senza corpo, senza occhi, senza pelle: dunque ancora migliore. L’umanità ha un talento antico: inventarsi un mostro coerente con l’ultima tecnologia che ha comprato, o che non ha ancora capito bene come si usa. La paura, però, non è mai solo paura. È anche una forma elegante di pigrizia: non dover imparare, non dover cambiare postura mentale, non dover ammettere che la realtà si è spostata di mezzo passo e che tu sei rimasto dov’eri. È un modo per restare fermi con dignità, come se la stasi fosse una scelta etica e non un semplice timore di perdere il proprio ruolo nel mondo.
Nel lavoro intellettuale questa dinamica si vede benissimo. Soprattutto dove l’identità coincide con l’abilità: io sono quello che sa. E quando appare uno strumento capace di fare in pochi secondi ciò che tu hai imparato in anni, scatta l’offesa. Non la critica tecnica, non la cautela ragionata: proprio l’offesa. Come se qualcuno avesse rubato la tua calligrafia e l’avesse resa stampabile. E allora succede una cosa curiosa: le persone dichiarano di odiare lo strumento perché “sbaglia”, ma in realtà lo odiano perché riduce la distanza tra chi sa e chi sta imparando. Perché sposta il baricentro dal “conoscere a memoria” al “saper guidare”. E guidare, si sa, è più faticoso dell’essere venerati.
La parte ironica è che questa resistenza si manifesta spesso nei gesti più quotidiani, più piccoli, più rivelatori. La domanda elementare fatta al vicino di scrivania, nel gruppo, nei commenti: non per cercare la verità, ma per cercare una carezza. Chiedere a un essere umano una risposta che potresti ottenere subito altrove è un modo per dire: guardami, esisto, dimmi che appartengo alla tribù. Solo che intanto consumi il tempo degli altri e, senza accorgertene, metti un pedaggio all’apprendimento: lo trasformi in relazione sociale anziché in atto di autonomia.
Poi c’è l’altra grande resistenza: quella organizzata. Quella con i timbri, le policy, le riunioni. L’azienda che ti consegna un computer pieno di codice — quindi, letteralmente, una copia del proprio segreto — e contemporaneamente ti proibisce di usare uno strumento che potrebbe aiutarti a ripulire anni di debito tecnico. Come se il pericolo fosse lo strumento e non l’essere umani, con chiavette USB, mail inoltrate, distrazioni, rancori, leggerezze. È una forma raffinata di superstizione: credere che il divieto produca sicurezza, quando spesso produce soltanto inefficienza. È il gesto di chi, per non bagnarsi, decide di rompere l’ombrello. E poi si stupisce se piove.
La verità è meno drammatica e più esigente: questi strumenti non sono oracoli, non sono nemici, non sono salvatori. Sono leve. E una leva, per funzionare, richiede mano ferma e cervello sveglio. Va imparata la “sterzata”: cosa chiedere, come verificare, come correggere, dove fidarsi e dove no. Il punto non è delegare la mente. Il punto è usarla meglio. Chi rifiuta per principio spesso racconta a se stesso una storia nobile: io difendo l’artigianato, io difendo la qualità. Ma sotto, quasi sempre, c’è una paura più semplice: che la qualità non basti più a definire chi sei. Che il valore non sia nel fare, ma nel scegliere cosa vale la pena fare. E scegliere è un lavoro scomodo, perché non puoi incolpare nessuno se sbagli.
Alla fine, la domanda non è se resistere o arrendersi. La domanda è se vuoi restare spettatore del cambiamento o diventare pilota. Perché il mondo non aspetta che tu ti senta pronto: si limita a passarti accanto, e poi a chiederti il conto del ritardo. E il ritardo, a differenza delle paure di moda, non è mai transitorio. Rimane. Si accumula. Fa rumore, anche se provi a non ascoltarlo.

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