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Il minuscolo “Sì” che ci tiene in piedi

C’è una trappola gentile, dentro desiderio: quella di farne subito un gioiello romantico, una parola con le stelle in tasca, buona per spiegare ogni mancanza con un cielo lontano. E invece no. O meglio: sì, c’è una stella, ma non è un ornamento; è una prova.
Il latino desiderium si appoggia a sidus, “stella”, e fin qui abbiamo un appiglio solido. Il resto è terreno di ipotesi, come è giusto che sia quando si scende nelle radici: non sempre trovi un oggetto, spesso trovi un odore. Eppure quell’odore è già un pensiero. Perché la pista più affascinante non dice “stella” come direbbe un poeta moderno (la stella come promessa, come destino, come talismano), ma “stella” come la direbbe un sacerdote. Un tecnico del cielo. Uno che, guardando l’insieme degli astri, non si abbandona: calcola. Legge segni, aspetta configurazioni, costruisce previsioni. E qui, accanto a desiderare, compare il vicino di casa: considerare. Anche questo, nella sua storia, ha a che fare con l’osservazione degli astri, con l’attenzione rivolta a ciò che sta “su”, dove i segni sembrano più chiari e le menzogne più difficili. A questo punto la parola inizia a cambiare postura. Non è più una carezza: diventa un gesto. Se considerare è tenere lo sguardo sulle stelle, desiderare può essere l’atto opposto: non vederle più. Smettere di leggerle perché non ci sono, perché il cielo è chiuso, perché le nuvole hanno preso la parola al posto loro. Non è la “mancanza delle stelle” come immagine da biglietto d’auguri; è la mancanza come evento pratico e quasi crudele: non posso fare ciò che faccio, non posso interpretare, non posso trarre auspici, non posso confermare un ordine. E in quell’impotenza — che è tecnica prima ancora che sentimentale —nasce la tensione che conosciamo: attesa, brama, aspirazione. Il desiderio è un filo robusto fatto di molte torsioni: manca qualcosa, e proprio per questo ti protendi; speri qualcosa, e proprio per questo ti consumi; immagini qualcosa, e proprio per questo ti misuri.
È curioso: la nostra parola quotidiana per l’intimo e per l’ambizioso potrebbe venire da un mestiere antico, da una professione del “guardare in alto”. E allora capisci perché, ancora oggi, continuiamo a sistemare il desiderio sopra di noi.
Gli dèi stavano su un monte: non perché fosse comodo, ma perché fosse alto. Il paradiso cristiano sta nei cieli: non perché sia meteorologia, ma perché è verticalità. Anche quando diciamo “ambizione” la immaginiamo come salita: gradini, scalini, vetta, traguardo. E la perfezione — questa parola severa che fingiamo di non voler più, ma che ci detta ancora l’andatura — ha sempre quella sfacciata collocazione: non davanti, non accanto, ma sopra.
Ecco allora che l’etimologia, senza bisogno di essere manipolata, ci consegna una metafora pulita: desiderare è vivere con la testa inclinata verso l’alto, e accettare che, a volte, proprio lì sopra, il cielo si chiuda.
Ma il desiderio non è solo nuvola. È anche—quando va bene—uno squarcio minuscolo. Penso a quell’opera di Yoko Ono del 1966, esposta alla Indica Gallery di Londra: una scala, una lente d’ingrandimento, e in cima, quasi invisibile, la parola “YES”. Per leggerla dovevi salire e guardare da vicino, come se la speranza non fosse una luce diffusa ma una scritta piccola che non urla mai. John Lennon ci salì, guardò, e quel “sì” lo colpì come una liberazione: non un gesto grandioso, ma un consenso minimo e definitivo.
Ecco, per me il desiderio è esattamente lì: alla fine di una scala. Non nella scala—che è solo il mezzo, la fatica, la retorica del “ce la farò”—ma in quel dettaglio crudele e magnifico: il “sì” non è scritto grande. Non ti viene incontro. Non fa marketing di se stesso. È un micro-sì che pretende precisione, prossimità, un certo coraggio ridicolo: salire, sporgersi, mettere l’occhio dentro una lente, accettare che ciò che cerchi non sarà mai grande quanto la tua ansia.
E allora capisci una cosa: il desiderio, quando è ambizione e perfezione, non è tanto “volere di più”. È volerlo in alto—e dunque rischiare che non si veda. Rischiare nuvole. Rischiare errori di lettura. Rischiare di scambiare per destino una semplice illusione ottica. Ma se è vero che il desiderio nasce—forse—dal non vedere più le stelle, allora è anche vero che non possiamo guarirne eliminando il cielo. Il desiderio non si spegne abbassando l’asticella; si educa imparando a distinguere: tra la stella e la sua promessa, tra la salita e la sua vanità, tra il paradiso e la scusa che ne facciamo. E soprattutto si educa così: accettando che, a volte, la risposta più umana non è una rivelazione abbagliante, ma un “YES” minuscolo, in fondo a una scala, che ti costringe a diventare preciso—e, per un istante, leggero.

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